Supercoppa, è l’ora: senza paura con questa maglia addosso!

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Come si (ri)vince una finale? Bisognerebbe ripartire da qui, forse. Perché dopo lo squillo contro i dirimpettai cittadini, trionfo datato quattro anni, ormai, abbiamo deragliato in tutte le finali disputate. Che sono state diverse e variegate, converrete.

Prima Petkovic, nell’agosto del 2013, asfaltato dalla Juve. Poi Pioli, qui più jellato, tradito da un doppio, incredibile palo colto da Djordjevic nel primo tempo supplementare della finale di Coppa Italia 2015, sempre contro la Juve. E poi Shangai, ancora contro i famelici bianconeri: qui potemmo accampare meno scuse perché la Lazio di quel tempo era già scollata a metà agosto, anticipo di una stagione altamente deficitaria. Mica è finita: aggiungete l’ultimo atto della coccarda tricolore dello scorso maggio, un paio di veri tiri scagliati verso la porta difesa da Neto e una Juve padrona nei momenti decisivi.

E allora, cosa fare davanti a questa sequenza di delusioni? Darci dentro senza paura, in campo e sugli spalti. Se sulla seconda raccomandazione non abbiamo dubbi perché tifo e passione sospingeranno la squadra, qualche dubbio in più lo nutriamo sulla prima esortazione perché troppe volte, negli ultimi incroci, la Lazio è apparsa abulica e quasi assente davanti alla Juve-corazzata.

Quale è il sogno della notte di domenica, allora? Provare a giocare senza paura, senza timori, con la forza del gruppo che Simone, da oltre un anno, ha forgiato. Combattendo su ogni zolla di campo perché le grandi squadre (a volte…) hanno sbandato soprattutto d’estate quando le gambe ancora non girano e gli automatismi balbettano. Inutile soppesare le due rose che all’Olimpico si sfideranno: quella della Juve era già sontuosa la scorsa stagione e adesso, dalla cintola in su, sono arrivati pure Bernardeschi e Douglas Costa che da noi sarebbero titolari per almeno un lustro.

Dobbiamo appellarci a qualche appiglio della sorte, alla serata magari di luna storta di qualche grande interprete bianconero. Alla determinazione feroce di tutto il nostro gruppo, al quale si chiede concentrazione massima e zero errori, soprattutto davanti a Strakosha. Alla forza e al senso di appartenenza della nostra squadra. E, facciamo i romantici, vivaddio, al trasporto che questa maglia, bianca e celeste, trasmette da quasi 118 anni. Così, miscelando tutti questi ingredienti, il tabù-finali potrà essere magicamente infranto. A proposito: disputeremo domenica l’ottava finale in otto anni. Come dire che la Lazio, oggettivamente, è sempre lì, presenza che non demorde…

G.Bi.

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