KEENAN, IL BULLDOZER DELL’HOCKEY

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Pacho”, chi sei stato con la maglia della Lazio, prima che conquistassi titoli a raffica anche in Spagna, la destinazione successiva all’esperienza con la maglia biancoceleste? Un trascinatore, l’attaccante che voleva sempre vincere, segnare, incidere, orientare vittorie. Uno che entrava sempre in campo con l’animo pugnace. Che mai si arrendeva alle difficoltà, ai rovesci temporanei. Che inseguiva ogni palla come se fosse stato l’ultimo gesto tecnico della sua vita, con una foga e un temperamento che, inevitabilmente, trascinavano il resto della squadra. Perché lo vedevi combattere, là davanti, e, se avevi un po’ di carattere, non potevi far altro che provare ad emularlo.

 

Patricio Keenan, per tutti “Pacho”, nella Lazio Hockey scintillante di quegli anni a cavallo tra la fine del Novanta e l’inizio del Duemila, è stata l’oggettiva risorsa in più. E non solo – converranno anche i suoi compagni – per la tripletta rifilata alla Roma nella finale di ritorno che valse lo scudetto. Ma per l’impeto, l’abnegazione, il coraggio che mise – mescolando il tutto – in ogni gara che giocò con la maglia della Lazio.

 

“Io porto nel cuore Keenan”, racconta Francesco Rossi. “Lui è stato il bomber dello scudetto, l’uomo che acciuffa Bra e ci porta in finale. È quello che, nella finale di ritorno contro la Roma, prende quasi sulle spalle il resto della squadra, segnando una fantastica tripletta quando un po’ tutti avevamo dato per persa quella gara. A Pacho trovammo un appartamento alla Garbatella. Lui era già sposato con Valeria e si vedeva che all’hockey mai avrebbe rinunciato. E infatti, anni dopo, fondò in Spagna un club, quello di Egara, per fare hockey al alto livello. E quel centro, oggi, è un po’ il fiore all’occhiello dell’Europa del Sud. Pacho ci fece vincere a Bra e rintuzzò, a Roma, le velleità di rimonta dei piemontesi: si può dire che sia stato lui a indicarci la strada maestra per vincere lo scudetto”

 

Centravanti vecchio stampo, “Pacho”, ma che la Lazio amò anche fuori dal rettangolo di gioco. Riciclandosi, spesso, anche come dirigente “in pectore”. Fu lui a segnalare Gonzales che già a Buenos Aires, poco più che pischello, aveva cominciato a giocare hockey a grande ritmo e con tecnica regale.

 

E Fernando, nel soggiorno romano, si legò a lui, accolto in famiglia da “Pacho” come fosse un vecchio amico. L’hockey per lui è stato tutto: una passione che si trasformò, facendolo brillare – prima che centravanti di alto spessore – pure in bravo tecnico, come testimoniato dalle sue esperienze in panchina ad Egara, in Spagna, e non solo.

 

Tutti coloro che, in questo libro, sono intervenuti per lasciare un ricordo – quasi a mo’ di eredità – su quegli anni in cui la Lazio Hockey mise in bacheca trionfi a raffica, hanno profferito lo stesso concetto. “Pacho”, nella Lazio, fu l’indiscusso trascinatore. Quello a cui, se eri in difficoltà, potevi tranquillamente passare la palla e aspettare cosa lui decidesse di fare.

 

L’uomo dello scudetto? Non in senso generale perché quel trionfo venne autografato, in ordine sparso, da tutti i componenti della rosa a disposizione di Ruscello, sommando il minutaggio di ognuno. Ma certo Keenan, per quel suo modo impetuoso di giocare e per il numero di reti che scrisse a referto, può essere ricordato – ed ancora adesso applaudito – come quello che il trionfo del 2005 orientò con l’esempio, spingendo tutti i suoi compagni a dare il massimo. Fino a quando il tricolore – spesso fallito per un soffio – non venne realmente conquistato.

 

G.Bic.

 

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