“Mi ritorni in mente”: quarant’anni fa, in Friuli, un pareggio di passione

163 0

Cari fratelli Laziali,

è tornato il momento di stare vicino alla nostra amata Lazio. Non essendo possibile riempiere lo stadio, facciamogli sentire la nostra vicinanza dissociandoci dalle ignobili insinuazioni e minacce di cui si sarebbero resi responsabili alcuni sedicenti tifosi laziali. A questi giocatori, ai nostri ragazzi, dobbiamo dire solo una cosa: Grazie! Anche a Simone Inzaghi, che oggi appare stanco, accaldato, incerto sul da farsi non sapendo se mandare in campo il giocatore più acciaccato ma che offre più garanzie oppure il contrario.

Grazie a Igli Tare. Grazie a Claudio Lotito, l’uomo che ha costruito questa squadra e che si è battuto con tutte le sue forze per riprendere a sperare in un sogno. Oggi quel sogno si sta trasformando in un incubo, ma noi tifosi della Lazio non abbiamo la memoria corta. Noi diciamo NO a qualsiasi smantellamento, SI invece al potenziamento della rosa attuale che va rinforzata in ogni reparto per arrivare con una maggiore “freschezza”, sia fisica che mentale, alle volate finali che verranno. Certamente la Società avrà compreso gli errori del passato e acquisterà rinforzi di grandissima qualità.

Punto.

Tra poche ore un’altra sfida per conquistare quei punti che mancano per cercare di arrivare sul podio, lassù tra le prime tre.

Per l’amarcord che anticipa il prossimo Udinese-Lazio avremmo potuto scegliere fra tanti precedenti, più vittoriosi, più combattuti, o meglio giocati – da protagonisti con nomi più altisonanti. La scelta è caduta su questa, giocata nell’anno più drammaticamente nefasto della nostra storia: il 1980. È una data “rotonda”, un anno nel quale sono accadute molte cose, fatti che hanno lasciato il segno e non sempre legati al mondo del calcio e allo sport in generale.

Se vogliamo dircela tutta, il 1980 fece da spartiacque tra un certo modo di vivere e di pensare della nostra società, e un mondo più “moderno”, ma proprio per questo non necessariamente migliore. Per quanto riguarda la nostra passione, la Lazio, il 1980 ci colse impreparati. Gli amici laziali che oggi sono genitori o nonni e che quell’anno compivano 10, 18 o 25 anni, conserveranno per sempre ricordi dai sapori contrastanti. Probabilmente, il ricordo di quel campionato di Serie A 1979-80 appare abbellito dal tempo trascorso. Per i più giovani e per chi non era ancora nato, conoscere quel lontano Udinese Lazio è l’occasione per comprendere fino in fondo le ragioni per cui ancora oggi, a quarant’anni di distanza – l’aria che si respira attorno alla Lazio non è sempre improntata sulla serenità di giudizio. Come vedremo, i “semi” dell’antipatia e di una certa ostilità diffusa, provengono proprio da quei giorni lontani.

Era il 13 aprile 1980, la 27° giornata del Campionato di Serie A 1979/80. Arriva a Udine una Lazio decimata, non dagli infortuni come quelli che oggi affliggono la formazione di Inzaghi, ma dalla giustizia sportiva, che da circa un mese ha sospeso “cautelativamente” Cacciatori, Wilson, Giordano e Manfredonia per lo scandalo più grande che abbia mai riguardato il calcio italiano, il cosiddetto Totonero. L’Udinese viaggia nei bassifondi della classifica ed è praticamente uno scontro diretto per salvarsi dalla retrocessione. Il loro allenatore è un veneto che non si è mai separato dalla sua regione, sia da giocatore che allenatore: Dino D’Alessi. È un esordiente nella massima serie e manda in campo questo undici di partenza: Della Corna, Sgarbossa, Catellani, Leonarduzzi, Fellet, Pin, Cupini, Del Neri, Pianca, Vriz e Ulivieri.

Il nostro allenatore è un Laziale della prima ora, uno dei più grandi, uno di quelli che non hanno mai tradito. Al solo nominarlo, tutti dovremmo alzarci in piedi. Stiamo parlando di Bob Lovati.
È lui che incarna la bellezza sempiterna della Lazio, la fronte ampia, lo sguardo sereno, la classe di un sorriso quasi impercettibile e perennemente accennato. Una maschera che cela un tormento interiore. Dalla scomparsa di Maestrelli, Bob è diventato il confidente di Lenzini, di “papà” Umberto Lenzini. Il sor Umberto negli ultimi due mesi sembra invecchiato di dieci anni. La domenica precedente è stata per lui una Pasqua amara. Dicono che davanti alle uova di cioccolato abbia trattenuto le lacrime a stento, prefigurando una sorpresa amara; dicono che stia cadendo in una specie di depressione silenziosa. Bob lo ha rassicurato come sempre, gli ha promesso la salvezza, perché la Lazio è protetta dallo “stellone”, che mai l’ha abbandonata e mai lo farà. Ma la realtà è un’altra e ben altre domeniche pomeriggio attenderanno i cuori laziali nel lungo e faticoso decennio che verrà. Bob schierò la migliore formazione possibile in quel momento: Budoni, Tassotti, Pochesci, Perrone, Pighin, Citterio, Garlaschelli, Zucchini, D’Amico, Ferretti e Viola.

La partita prende subito la piega che deve prendere: Udinese all’arrembaggio e noi concentrati e arroccati in difesa. Già al 2′ un tiro di Pianca lambisce un palo della porta di Budoni. Giochiamo con una maglia decisamente bruttina, un rosso mattone che sembra sangue rappreso. “Proprio a me me doveva tocca’ ‘na majetta de ‘sto colore”- avrà pensato Mauro Pochesci da Frascati, un ragazzotto di diciannove anni che Bob ha promosso titolare nel giorno del suo esordio in Serie A. In campo, gli ultimi due/undicesimi di un sogno, della vecchia Lazio firmata Tommaso Maestrelli: c’è Renzo Garlaschelli, che agirà da “falso nueve” ante litteram, e Vincenzino D’amico, ormai venticinquenne e nuovamente magrissimo.

Insomma, è veramente il nostro anno zero, e rimbalziamo sulle corde del ring come vecchi pugili suonati che hanno vissuto tempi migliori, ma dobbiamo restare in piedi, resistere al logorante lavoro ai fianchi portato dai bianconeri, mentre il pubblico ci ulula fischi “dedicandoci” alternativamente due cori che fanno più male di un pugno in pieno stomaco: “Venduti, venduti” e “Serie B, serie B”. Un vago senso di nausea passò nei nostri corpi, mentre per i giocatori, il solo fatto di rimanere sereni in campo, era già un’impresa di per sé. La pressione dell’Udinese fu continua e insistente. Non facemmo un solo tiro in porta nel primo tempo. Il giovane Budoni, il nostro portiere di riserva, resistette fino al 36’. Al 37′ l’Udinese passò in vantaggio: Zucchini interviene maldestramente in area su Del Neri; l’arbitro, il signor Pieri di Genova, non ha esitazione, è rigore, che lo stesso Del Neri trasforma in goal facendo esplodere il rinnovatissimo stadio Friuli in un boato liberatorio. Il tempo si chiuse sull’1 a 0.

Nella penombra degli spogliatoi Bob parlò alla squadra e poi, nell’intimità angusta di un sottopassaggio, guardò Vincenzino D’Amico (ritratto nella foto) dritto negli occhi. Gli parlò al cuore, gli disse che era tempo di diventare grande, perché il capitano coraggioso – da quel momento in poi – doveva essere lui. Inizia la ripresa, le parti si rovesciano. Andiamo subito vicino alla rete al 50′. D’Amico è autore di un pregevole e prolungato dribbling, ma Fellet salva sulla linea di porta.

Prendiamo coraggio, insistiamo, pareggiamo! Siamo al 62′: tiro di Ferretti, sul rimpallo s’avventa Zucchini che sigla di testa il goal del pari. A questo punto (fortunatamente) la partita non ha più storia. L’Udinese si sente defraudata di una vittoria ormai certa e sbaglia le cose più facili, ruminando un calcio frammentario e mediocre. La Lazio controlla quel poco che c’è da controllare e riporta a Roma il punto del pari.
Come finì quel campionato lo ricordiamo tutti. La Lazio (e il Milan) furono retrocesse in Serie B in seguito ai verdetti irrogati nel processo per lo Scandalo del Totonero, poi confermati dalla Corte d’Appello Federale (la famigerata CAF) il 25 luglio 1980. Al loro posto furono riammesse il Catanzaro e anche l’Udinese, sulle quali avevamo avuto la meglio nelle sfide dirette, condotte in porto grazie ad un ex ragazzo magrolino di Latina, che era definitivamente diventato grande e che tutti noi – oggi e per sempre – continueremo a chiamare Vincenzino. Era il 1980, il nostro anno zero.

Siamo nel luglio del 2020, è passata un’era geologica, calcisticamente parlando. Fratelli laziali, torniamo a Udine. Andiamoci a prendere quel che ci spetta.

Forza Lazio!

Ugo Pericoli

Nessun commento on "“Mi ritorni in mente”: quarant’anni fa, in Friuli, un pareggio di passione"

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *