“Mi ritorni in mente”: ottobre ’95, un poker d’assi umilia la Juve!

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Cari amici della Lazio, quest’anno ci stiamo divertendo parecchio!

D’accordo, ci sarà sempre qualche mugugno per i punti dispersi nelle prime partite, per la linea dei difensori che non convince del tutto (ma che a noi comincia a piacere) ma vedere altre squadre più accreditate alla vigilia (sicuramente il Napoli e la Roma, probabilmente l’Atalanta e forse anche il Milan) arrancare dietro di noi, ci pone in uno stato di serenità al quale non eravamo più abituati. Per il momento accantoniamo la questione Europa League, mettiamo in stand-by il sogno arabo di inizio inverno e concentriamoci su quello che – insieme al derby – è l’appuntamento più atteso dalla presentazione dei calendari, che vede la nostra Lazio cimentarsi con quella che rappresenta – nell’immaginario di ognuno di noi – la prima della classe.

Già, perché nessuno è stato esente dal magico richiamo delle maglie bianconere, da quel fascino quasi ancestrale che da bambino ti spingeva ad abbracciare la fede juventina, scegliendo la posizione più comoda per un tifoso, perché ti avrebbe fatto stare “ad Aeternum” dalla parte del più forte.
Ma noi no, noi abbiamo scelto la maglia biancazzurra, e ci “sciogliamo” di fronte alla nostra Lazio che quando gioca così bene -come pochi giorni fa contro la frastornata Udinese- non ci fa dormire la notte tanto desideriamo di rivederla in campo!

Visto che il campionato sarà ancora molto lungo e faticoso, concediamoci un dolce ricordo per l’appuntamento di sabato sera! Facciamo un salto indietro di 24 anni tornando in un Olimpico assolato come se fosse estate e pieno di tifosi come ai tempi belli: è domenica 29 ottobre 1995, sono le ore 14.30 e a Roma sta per avere inizio un Lazio Juventus indimenticabile. Siamo all’VIII giornata ed in classifica siamo messi già molto bene. Zdeněk Zeman dispone di una rosa veramente competitiva, la squadra ha interiorizzato schemi e meccanismi di gioco, il clima è mite e il terreno di gioco in perfette condizioni, la situazione ideale per esaltare i virtuosismi delle star che Sergio Cragnotti ha iniziato a collezionare per fare della sua Lazio una multinazionale dello spettacolo.
Ed eccola a voi, la Lazio: Marchegiani, Nesta, Favalli, Di Matteo, Negro, Chamot, Rambaudi, Fuser, Casiraghi, Winter e Signori. In panchina il fido Orsi, Marcolin, Romano, Piovanelli e l’alieno Alen Boksic.

La Juventus è sempre sé stessa. Certo, il Milan targato Berlusconi l’ha talvolta messa un po’ in ombra ma è fresca di scudetto ed è guidata da un guru del calcio come Marcello Lippi.
Quel pomeriggio Paul Newman – Lippi sceglie questo undici: Peruzzi, Ferrara, Porrini, Carrera, Torricelli, Paulo Sousa, Conte, Tacchinardi, Di Livio, Del Piero e Ravanelli. A disposizione ha una panchina lunghissima: Rampulla, Sorin, Vialli, Marocchi e Pessotto.

Sono le 14.30 quando Pierluigi Collina fischia l’inizio della partita. Avete presente l’effetto che produce un martello pneumatico sull’asfalto stradale? Ecco, per darvi un’idea della mole di gioco messa in atto dalle truppe zemaniane ci viene in mente quest’immagine: una serie di martellamenti incessanti operati verso la porta di Peruzzi. Per più di 30 minuti si gioca nella metà campo juventina. Peruzzi effettua interventi a ripetizione, è un vero e proprio saltimbanco che si oppone puntualmente ad ogni tentativo con parate plastiche ed efficaci, che danno il senso e la misura della quantità (e qualità) di gioco sviluppato dai nostri attaccanti.

Nell’unica azione d’attacco bianconera, Negro sta effettuando una manovra per impedire a Ravanelli di raggiungere un pallone potenzialmente pericoloso. Sullo slancio impatta su Marchegiani, provocandogli la sospetta lesione ai crociati posteriori del ginocchio sinistro. Spazio quindi a Bubu Orsi, il quale passerà uno dei pomeriggi più tranquilli della sua lunga militanza biancoazzurra, non effettuando praticamente nessun intervento e risultando peraltro anche fortunato, come vedremo in seguito.
Come spesso succede, dopo tante e continue sollecitazioni, anche il più massiccio degli argini cede di colpo. È quanto accade a Peruzzi e ai suoi guantoni, che nulla possono contro lo spettacolare tiro di Beppe Signori, un esterno sinistro lievemente ad effetto, scoccato da meno di dieci metri e che s’insacca sotto la traversa. La curva Sud è affollata di juventini che hanno assistito inermi ad un tiro al bersaglio verso la propria porta, come non gli capitava da tempo. Peruzzi è desolato, i suoi compagni si sono opposti dando quel che potevano. Non così Torricelli e Di Livio che verranno sostituiti rispettivamente da Marocchi (già nell’intervallo) e da Pessotto, durante la ripresa.

Uno a zero e palla al centro. Il fatto è che la palla rimane tra i piedi di Del Piero &. Co giusto per qualche secondo, perché tutta la Lazio ricomincia il suo martellamento corale. C’è tempo per l’unico sussulto bianconero, una traversa colpita da Ferrara, ma poi, proprio al 45’, al termine di un’azione ostinatamente alimentata, Casiraghi supera nuovamente Peruzzi. Un gol, quello di Casiraghi, che oggi non verrebbe convalidato (Ciro Ferrara si tuffò in un tackle disperato ancorando il pallone proprio sulla linea di porta) ma eravamo nel 1995 e gli arbitri non disponevano delle tecnologie di oggi. La dinamica dell’azione diede al guardalinee la “percezione” del gol e si andò sul 2 a 0 – un risultato peraltro molto stretto per noi, stando a quel che si era visto in campo.

Nonostante i cambi tattici apportati da Lippi, l’inerzia della partita non cambia. Non appena la Juventus prova ad imbastire un’azione d’attacco, questa viene spenta sul nascere da Nesta e Negro. Di Matteo governa da par suo la linea mediana, mentre Winter e Fuser presidiano il centrocampo costringendo gli avversari sulla difensiva. A quel punto Zeman indovina la mossa che “spaccherà” (come si usa dire oggi) nuovamente la partita. Interrompe l’equilibrio creatosi sul 2 a 0, inserendo un ordigno ad alto potenziale e già pronto ad esplodere: da qualche minuto Boksic sta effettuando qualche corsetta, un riscaldamento nemmeno troppo lungo per un gigante dai muscoli fragili come lui. Ma fa caldo e siamo a due terzi della partita: Signori appare contrariato, ma deve uscire e cedergli il posto. L’alieno risulterà devastante: a tratti, sembra che corra sollevato ad un palmo da terra, come se avesse dei propulsori nascosti che rendono la sua falcata inafferrabile. Pennella palloni che è una meraviglia, al 71’ si trascina la difesa bianconera lungo la fascia sinistra, allunga a Favalli che avanza di qualche metro prima di fornire a Rambaudi la palla dell’inevitabile – a qual punto – 3 a 0.
È finita, direte voi. E invece no, perché la Lazio a trazione anteriore sa solo attaccare, non sono ammesse meline e tatticismi: secondo Zeman, il miglior modo di gestire un vantaggio è continuare a spingere. E così, dopo altri 6 minuti è nuovamente Casiraghi (ritratto festante nella foto) ad incornare il pallone, servitogli ancora da Boksic, un passaggio vellutato e semplicemente perfetto, che il centravanti monzese trasforma nel definitivo 4 a 0.

Solo a quel punto la Juventus si rende conto della pessima prestazione fornita ed inizia ad imbastire manovre eleganti ed efficaci che si concludono in due legni, di Ravanelli prima e Vialli poi.
Non solo brava, anche fortunata la Lazio che sconfisse la Juve per 4 a 0. Forse in quel momento non ce ne rendemmo conto, ma avevamo appena ammirato una delle più belle Lazio della nostra vita, una squadra che – seppur dotata di difensori molto forti (Marchegiani, Negro e Nesta, in rigoroso ordine alfabetico, costituivano una colonna portante di valore internazionale) sapeva solo attaccare, nella quasi inconscia ricerca del gol senza soluzione di continuità.

Cosa ricordare di quel pomeriggio? Una volta tanto, l’innominabile parola Scudetto venne pronunziata da più parti. Per ironia della sorte, i nostri dirimpettai, i cronisti (e tifosi) della Roma, furono tra coloro i quali evocarono quella che sembrava essere più che una semplice eventualità, probabilmente per esorcizzare la paura di un nostro successo che mancava da oltre vent’anni.

Sì, perché quel giorno la Lazio, per quanto fortissima e luminosa, poteva vantare nel suo palmares solo uno Scudetto e una Coppa Italia piccola piccola. C’era molta strada davanti a noi. Eravamo proiettati verso il vertice della classifica come i più accreditati rivali del Milan nella corsa allo scudetto. All’VIII di campionato eravamo ancora imbattuti. Ma non avevamo ancora vinto nulla e, nonostante le acclamate superstar e i tanti proclami, tutto era fermo al pomeriggio del 12 maggio 1974.

Adesso che siamo la quarta squadra italiana per numero di trofei, ora che siamo terzi in classifica e che siamo pronti per volare a Riad per giocarci un’altra finale, sappiamo che occorre restare con i piedi per terra. Noi che abbiamo seguito la Lazio ovunque e comunque, sappiamo che dobbiamo continuare così, mantenendo un profilo basso e affrontando una partita per volta.
Non siamo dei tecnici, non conosciamo le tattiche e forse per questo amiamo così tanto il calcio: in fondo, ha delle regole semplici. Proprio come noi: ci accontentiamo di segnare un gol in più dell’avversario.

Forza Lazio!

Ugo Pericoli

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