“Mi ritorni in mente”: la clamorosa rimonta a Marassi con Lorenzo in panchina

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Cari fratelli Laziali,

archiviata una sosta per le nazionali non particolarmente indimenticabile non vediamo l’ora di rituffarci fra le onde del campionato. Vedete il lapsus freudiano? Dovendo parlarvi di Genova ci viene subito in mente il mare e le sue onde. Oggi le acque del campionato non sono particolarmente calme. Tra rinvii anti Coronavirus pianificati da tempo (Genoa Torino) o nel corso di un pomeriggio movimentato (Juventus Napoli) e arbitraggi a dir poco discutibili, il campionato dei 1000 spettatori a partita è iniziato in un clima di attesa e di sospensione. Dicevamo degli arbitraggi: fanno acqua (e dagli!) da tutte le parti, perché le diversità di trattamento non hanno mai accontentato nessuno. Tantomeno il mite Ciro Immobile, espulso per aver preso a morsi sul ring il feroce saladino Vidal.

Per Ciro una settimana “chinagliesca”, perché contro la Polonia di Lewandowski Mancini gli ha riservato un trattamento molto simile a quello che Valcareggi riservò a Giorgione nostro. Fronte infortuni: bisognerà sperare in una pronta risurrezione di Lazzari, perché altrimenti saranno dolori, non tanto (e non solo) in campionato quanto in Champions. In compenso Milinkovic ha vissuto una settimana da dio, ma varie altre cose sono accadute in casa Lazio. Finalmente Vedat Muriqi (qualcuno ha già cominciato a storpiargli il nome in Moriggi, a noi laziali di lungo corso la cosa diverte assai) ha segnato la sua prima doppietta in allenamento. D’accordo, c’erano molte riserve, rose ridotte disposte su un campo ridotto, ma va bene lo stesso! Wesley Hoedt ha mostrato un fisicaccio alla Braveheart che speriamo serva quanto meno a intimorire gli attaccanti avversari.

Oggi vogliamo portarvi ad un Sampdoria Lazio del campionato 1984-85, un tempo calcisticamente lontanissimo, dove il cuore e la passione avevano (quasi) sempre la meglio sulla ragione e sulla pianificazione strategica. Era il tempo della “Lazio delle mele”, la squadra bella e cicala del presidente Giorgione Chinaglia. È l’undicesima del girone di andata, siamo ai primi di dicembre: è stato un “autunno caldo” a livello societario, perché tra maggio e settembre sono successe tante cose.

Nell’ordine:

1 – 13 maggio 1984: la Lazio si salva dalla B dopo una rincorsa iniziata a gennaio e completata solo all’ultima giornata, pareggiando a Pisa 2-2 con doppietta di Giordano. Il merito di questo mezzo miracolo è da attribuire in modo equanime a due protagonisti: a Lionello Manfredonia, “il fuoriclasse che non sapeva di esserlo”. Quasi da solo, si è caricato sulle spalle tutta la squadra. E a Paolo Carosi, vecchio cuore laziale: raccoglie i cocci di una squadra ultima in classica e con il suo calciatore più rappresentativo (Giordano) fermo ai box per via del famigerato calcione rimediato da Bogoni nel pomeriggio di San Silvestro.

2 – il Liverpool vince a Roma la Coppa dei Campioni: la alza al cielo per mostrala ai propri tifosi, ma anche agli ammutoliti romanisti sconfitti. Nella città, già dai giorni successivi, questo avvenimento altera la percezione della realtà, tanto fra i laziali quanto fra i romanisti. I laziali pensano di essere più forti di quanto in realtà non siano, mentre nei romanisti avviene l’esatto contrario.

3 – Giorgione a Pisa è apparso stremato. Piange come un bambino mentre abbraccia Joao Batista ma quando cinge a sé Bruno e Lionello appare addirittura trasfigurato: l’affare con la Juventus è praticamente chiuso. I due gioielli di famiglia in bianconero in cambio di un mucchio di miliardi (salva-deficit) e la proprietà definitiva di Massimo Briaschi, l’attaccante rivelazione che la Juventus ha appena acquistato dal Genoa e che girerebbe alla Lazio, come parziale contropartita tecnica. Il settimanale Guerin Sportivo (all’epoca dei fatti la più autorevole fonte in materia) immortala questi abbracci in una copertina dal malinconico titolo: “Regalo d’addio”.

4 – Inizio estate 1984: Bruno e Lionello rifiutano il trasferimento a Torino. Si udirono urla e improperi irripetibili dalle finestre di via Col di Lana, si parlò di episodi poco piacevoli, che non ci interessano, oggi come allora.

5 – Fine estate 1984: la Coppa Italia ci ha visto partire fortissimo, a tratti giochiamo davvero bene. Siamo primi nel girone nel quale gioca anche la Roma. Dobbiamo incontrarla, nella terza ed ultima partita del girone eliminatorio. Loro sono incerottati e giocano con il 50% dei titolari distribuiti equamente tra panchina e tribuna. Ci basterebbe un bel pareggiotto per il passaggio turno, e invece no, vogliamo provare a stravincere. Dalla curva nord, con una strafottenza che non ci appartiene, i calciatori giallorossi vengono accolti dal coro: “Dov’è, dov’è – dov’è, la coppa?” cantato sulle note del motivetto pubblicitario di una famosa marca di caffè. Quel derby quasi non lo giochiamo: la Roma nella ripresa ci domina e vince meritatamente 2 a 0. Contemporaneamente a Genova, il Genoa vuole vendicarsi della retrocessione in serie B. Ci riesce, mietendo un’incredibile goleada che ci condanna all’eliminazione per differenza reti.

6 – L’autunno caldo. A settembre, due sconfitte pesantissime nelle prime due giornate di campionato, un K.O tecnico di nome e di fatto. Un uno-due che costa la panchina a Paolo Carosi, il salvatore della patria della stagione precedente. Il morale è a pezzi. Chinaglia si mette alla ricerca di alternative, di potenziali nuovi allenatori, ma in Italia ha pochissimi amici e un network che vale meno di niente. E così non gli rimane che telefonare al suo vecchio maestro, a Juan Carlos Lorenzo. Questi è in vacanza a Miami, reduce da un campionato appena terminato in Colombia: quando squilla il telefono in Florida è ancora notte, biascica un sì ad occhi ancora chiusi. Sbarcherà a Fiumicino 36 ore più tardi. In patria lo chiamano “el maestro”. Per i vecchi tifosi, un cuore da riabbracciare; per quelli più giovani, un atto di “fiducia cieca” verso l’amato presidente Chinaglia.

È dunque in questo contesto che scendiamo in campo a Marassi, sono le 14:30 di domenica 2 dicembre 1984.
La Sampdoria sta costruendo una grandissima squadra, è infarcita di grandi campioni, passati, presenti e futuri. Si presenta con: Bordon, Mannini, Pellegrini, Pari, Vierchowod, Renica, Scanziani, Souness, Francis, Salsano e Roberto Mancini. Pensate che Luigi Bersellini può permettersi il lusso di tenere in panchina personaggi come Gianluca Vialli ed Evaristo Beccalossi.

Noi rispondiamo con: Orsi, Vianello, Podavini, Calisti, Batista, Filisetti, D’Amico, Torrisi, Giordano, Laudrup e Manfredonia. Lorenzo ha ridisegnato la squadra, c’è stato qualche miglioramento sia sul lato del gioco che su quello dei risultati. C’è profondo rispetto verso questa Sampdoria, che i corrispondenti genovesi di 90’ minuto, Giorgio Bubba e Alfredo Liguori, chiamano sempre con il nome abbreviato, Samp! Ciò nonostante, il primo tempo lo giochiamo malissimo: dopo 20 minuti stiamo già sotto di due gol, balbettando un calcio confusionario – confondendoci su quale tipo di marcatura applicare, se a zona oppure a uomo.

Al 3’ è un giochino troppo semplice per uno che si chiama Roberto Mancini, riprendere un tiro respinto da Orsi proprio a metà strada tra i suoi piedi e la porta sguarnita: l’1 a 0 non poteva essere più facile. Dopo un quarto d’ora è Salsano a far traballare tutta la difesa: 2 a 0, siamo solo al 19’ e c’è aria di un nuovo tracollo. Abbiamo il merito di non scoprirci, riusciamo a tratti perfino a ragionare. Negli spogliatoi Lorenzo effettua il primo dei due cambi a disposizione: Storgato al posto di Filisetti, apparso in evidente confusione psicologica e tattica. Più tardi sarà la volta di un altro giovane, una promessa del calcio italiano purtroppo mai del tutto sbocciata: Francesco Dell’Anno sostituisce Vincenzino D’Amico, un po’ appesantito e con poca benzina nel motore. Accade qualcosa anche nella Samp, che adesso gioca leziosamente, cercando pennellate d’artista talvolta inopportune e fini a sé stesse.

La Lazio reagisce, si scuote, si rianima, ha cambiato volto e imbastisce azioni corali e si lancia in scorribande in contropiede, soprattutto con Batista, Laudrup e Giordano. Sta già facendo buio a Genova, sono le quattro di un pomeriggio di inizio inverno. I trentamila presenti a Marassi stanno già pensando a come occupare la seconda parte della domenica, interrogandosi se correre a casa a rivedersi le azioni o spostarsi in zona piazza De Ferrari per lo shopping natalizio. Tutti ritengono già archiviata la vittoria contro la confusa compagine biancoceleste. E invece succede che Calisti si ricorda di quanto sia importante nella vita chiamarsi Ernesto, e va a segnare il suo primo gol in serie A con un colpo di testa (fortunato) che giunge a termine di un’arrembante azione di squadra; è il 78’.

La Lazio è trasformata e adesso si gioca solo davanti a Bordon. Passano altri 5 minuti: tra un tacco (sbagliato) e un altro, Batista si è ricordato di avere alle spalle 38 presenze nella Selecao verdeoro, nonché di aver preso parte ai mondiali ‘78 e ’82. La sua classe si materializzò (solo) quel giorno. Siamo all’82’: Batista, il brasiliano col nome da maggiordomo che Giorgio volle regalarci a tutti costi, come alter ego da contrapporre al divin Falcao (pagando di tasca propria, attingendo dal conto corrente personale), s’infila nell’unico corridoio possibile, entra in area di rigore, appena defilato sulla destra e da lì brucia Bordon con un rasoterra secco che ammutolisce tutti i campioni della Samp, Vialli, Mancini, Souness, nonché i trentamila tifosi, che da questo momento in poi avrebbero optato per una passeggiata a Piazza De Ferrari senza più incertezza alcuna.

Fu festa grande, con il signor Lanese di Messina che sollecitò i nostri a riprendere il gioco. Mancava una manciata di minuti e dopo un piccolo recupero accogliemmo con gioia un pareggio che profumava di vittoria.

Noi eravamo a casa al calduccio, in attesa di Paolo Valenti, facendo zapping tra Teleroma 56 e Domenica In.
A sera inoltrata guardammo Gol di Notte, commentammo la rimonta e sulle ali dell’entusiasmo molti fra noi (tutti?) arrivarono ad ipotizzare una trionfale qualificazione in Coppa UEFA! Quanto entusiasmo, quanta illusione!
Il campionato ebbe ben altro epilogo: penultimi in classifica con 15 punti, alla pari con la Cremonese che superammo solo per la miglior differenza reti negli scontri diretti. Solo due vittorie e peggior attacco. Di nuovo all’inferno della serie B.

Oggi è un’altra storia, un altro calcio e un’altra società. Sabato pomeriggio scenderemo a Genova per vincere. O avete in mente un altro risultato?

Forza Lazio!

Ugo Pericoli

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