“Mi ritorni in mente”: febbraio ’79, poker d’autore alla Viola

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Cari fratelli laziali,
su con la vita!

Al terzo gol dell’Atalanta li abbiamo sentiti esultare, gioire, gridare la loro gioia più sbracata giù dalle finestre aperte per il caldo, concentrati in una seduta spiritica, raccolti intorno al loro medium, l’ex ultrà Caressa Fabio, “immerso” nella sua telecronaca faziosa e trash, come se avessero vinto l’ennesimo scudetto di agosto, leggeri, sollevati, alleggeriti dall’incubo che li ha tenuti sotto scacco per nove mesi. Perché cominciamo da qui? Perché la reazione dei tifosi della seconda squadra della Capitale deve darci la misura di quel che la banda Inzaghi è stata capace di fare durante questa stagione.
Bene.

Adesso è iniziato un nuovo campionato, all’esordio ci sono mancati due giocatori insostituibili (Lulic e Leiva) e un altro abbastanza indispensabile (Luis Felipe), e abbiamo perso malamente dopo esserci illusi nella prima mezz’ora. Dobbiamo rimanere fiduciosi. Adesso sì che saranno undici finali. Dobbiamo blindare il secondo posto e farci trovare pronti a .. incontrare l’occasione. Tra poco dovremo giocarcela vis-à-vis con la Juve che a sua volta dovrà incontrare l’Atalanta.
Come vi ripetiamo da sempre, non spetta a noi ergerci a tecnici. Siamo solo innamorati di Lazio, di tutte le Lazio.

Come quella del ricordo di oggi, una Lazio di quarantuno anni fa, che incontrò una Fiorentina imbottita di giovanotti di belle speranze. Era il 18 febbraio 1979, la XIX giornata del Campionato di Serie A 1978/79. Una squadra piena di tanti eroi biancoazzurri che adesso non ci sono più. Li vogliamo ricordare in questi caldi giorni di giugno 2020, con il nostro affetto immutato nel tempo.

Aveva piovuto tutto il sabato, tirava vento e il terreno era leggermente allentato. Bob Lovati si accomodò in panchina a passo lento, appariva sereno, con il suo trench poggiato elegantemente sottobraccio, mentre i suoi undici prendevano posizione sul campo, dove avrebbero attaccato da sinistra verso destra: Cacciatori, Pighin, Viola, Wilson, Manfredonia, Cordova, Cantarutti, Agostinelli, Giordano, Nicoli e D’Amico. Dall’altra parte, Paolo “Cuore di Lazio” Carosi rispose con l’esperto Carmignani, e poi Lelj, Tendi, Galbiati, Galdiolo, Orlandini, Restelli, Di Gennaro, Sella, il Principe di Firenze Giancarlo Antognoni, e Pagliari, lo spettinato centravanti dal look vagamente anarchico, figlio di quei tempi che furono. Non giocammo bene il primo tempo, stentando a trovare il filo del gioco. Di Gennaro e Orlandini affollavano il centrocampo fiorentino impedendo le nostre manovre. Più dietro, Sella impegnava Manfredonia in duelli dalle alterne vicende, mentre Pagliari trovava qualche spunto che fortunatamente veniva smorzato sul nascere.

Rientrava Vincenzino D’Amico (ritratto nella foto) dopo una lunga assenza ma anch’egli balbettava calcio subendo la manovra dei gigliati. Nonostante queste premesse, dopo un primo tempo così incolore, nella ripresa il vento cambiò. II primo sussulto già dal 1′ minuto, quando D’Amico pescava alla perfezione in area Giordano, che costringeva Carmignani a deviare con la punta delle dita uno dei suoi diabolici pallonetti. Al 54′ Bruno-gol ci porta in vantaggio: cross di Agostinelli, Giordano lascia Tendi sul posto e nonostante fosse spalle alla porta, colpisce di nuca per il nostro 1 a 0.

Cinque minuti più tardi raddoppiamo con un’azione da manuale del calcio: Viola apriva millimetricamente sulla destra per Nicoli, palla al centro e ancora Giordano, con una strepitosa deviazione di testa, mandava la palla in rete a fil di palo. A questo punto i “piedi buoni” della Lazio vennero fuori: il mite Fernando Viola giocò una delle migliori partite con la maglia con l’aquila sul petto, risultando fra i migliori in campo, Vincenzino iniziò il suo show mostrando tutti i suoi numeri da fuoriclasse, dando sfogo ad un istinto represso per lunghi mesi. Cordova oscurò Antognoni (forse era solo un sosia di Giancarlo il Magnifico, quello vero era rimasto in riva all’Arno) Nicoli e Agostinelli svolsero un lavoro da validissimi gregari. Manfredonia ritrovò fiducia nei propri mezzi e cancellò Sella dal campo. Wilson fu insuperabile. La Fiorentina, dopo l’uno-due di inizio ripresa, andò letteralmente in barca nei venti minuti finali.

Al 70’ Viola effettuava un violento tiro-cross in area viola, la sfera sfiorava Giordano ma veniva intercettata da Galbiati che nel tentativo di respingere deviava nella propria porta. Nel tripudio generale i nostri continuarono a dominare incontrastati e a 7 minuti dalla fine tutto l’Olimpico si alzò in piedi per salutare il ritorno del gol del Golden Boy: D’Amico vinceva un contrasto, dava la palla a Giordano e si lanciava in avanti ricevendo puntualmente il passaggio di ritorno. Con un preciso diagonale, Vincenzo siglava la quarta rete. In cuor suo, avrà applaudito anche il signor Barbaresco di Cormons, un altro signore di quel calcio che fu. Bruno Giordano e Vincenzo D’Amico: gli eroi della giornata furono dunque loro, per la doppietta messa a segno dal primo e per una classe innata (che gli avrebbe fatto meritare ben altra sorte), il secondo.

Avremmo potuto vincere per 7 a 0 e a cinque minuti dal termine Bob fece esordire il suo portiere di riserva, l’allora ventiduenne Bruno Fantini, per quella che resterà il suo minutaggio nella massima serie in tutta la sua carriera. Non vincevamo in casa dal 10 dicembre 1978. Un campionato in chiaroscuro, che chiudemmo con qualche rimpianto di troppo. Quella Lazio di Bob era esattamente l’opposto di questa di Inzaghi. Tanto discontinua quella, tanto concentrata questa. Questione di mentalità prima ancora che “di classe”, o meglio, “di fame”, per usare un’espressione assai cara al nostro allenatore.

Una fame di vittoria che si è percepita anche ieri sera, dopo venti minuti giocati alla grandissima contro una squadra forte assai, di livello internazionale, con più partite nelle gambe, avendo già giocato più volte nell’ultima settimana.

Tra poche ore avremo la risposta. È già tempo di rialzarsi, fratelli laziali.

Forza Lazio!

Ugo Pericoli

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