“Mi ritorni in mente”: autunno 1982, sulla strada verso la A giochiamo a tris con il Lecce

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Avete visto, fratelli laziali? Con le tre vittorie consecutive e la caduta di qualche concorrente eccellente siamo nuovamente tornati forti come prima, anzi più forti di prima e siamo quarti, in piena corsa Champions! Certo, anche altri hanno centrato tre successi di fila, ma permetteteci di dire che il coefficiente di difficoltà delle nostre avversarie – Fiorentina, Torino e Milan – era di ben altra cifra e spessore tecnico. Attendiamo con fiducia le tre del pomeriggio di domenica prossima quando cercheremo di sbrigare favorevolmente la pratica con i Giallorossi che abbiamo nel cuore!

I Giallorossi del Lecce, cosa avevate capito?

Mica ci resterete male se facciamo un salto indietro di 37 anni, ad una Lazio piccola piccola, scapigliata e loquace come i tanti romani de’ Roma e dintorni che compongono la sua rosa!
Eh sì, oggi il nostro ricordo va ad una domenica pomeriggio vagamente uggiosa, al 14 novembre 1982. Allo stadio Olimpico viene a trovarci il Lecce per la 10° giornata del Campionato di Serie B 1982/83.
Per chi c’era, come noi quel giorno – tra i 25.000 innamorati presenti allo stadio – sarà un tuffo al cuore! Per chi non c’era, non era ancora nato, per la generazione Z e per qualche lettore della generazione Alpha, magari al suo primo abbonamento da “Aquilotto”, racconteremo la storia di una Lazio lontanissima, una Lazio “rimediata” ma pur sempre “nostra”, che sfoggia per la prima volta una divisa che il mondo ci invidierà, quella col simbolo che ti abbraccia e ti protegge, la maglia bandiera!

Sono trascorsi esattamente quattro mesi e tre giorni dalla magica notte di Madrid che consegna a tutti i tifosi italiani il titolo di campione del mondo e restituisce ai tifosi laziali due pezzetti di cuore, Bruno Giordano e Lionello Manfredonia. Per festeggiare la vittoria mondiale vengono condonati a Bruno e a Lionello i restanti mesi di squalifica che erano stati comminati loro per illecito sportivo, triste epilogo del famigerato calcio scommesse. Sono stati fermi due anni. Adesso, con il loro contributo tecnico, si può finalmente tentare la risalita in serie A, svanita sul filo dell’ultimo rigore due anni prima e successivamente mancata – per evidenti limiti tecnici – nella stagione pre-mondiale.
Questo sembra essere l’anno buono e quella domenica mister Roberto Clagluna schiera la migliore Lazio possibile: Orsi, Podavini, Saltarelli, Vella, Pochesci, Perrone, Ambu, Manfredonia, Giordano, D’Amico e De Nadai.

Tra campo e panchina, nella Lazio si contano 16 giocatori: ben 8 sono nati tra Roma e provincia. Oggi con una definizione che va molto di moda si parlerebbe di una Lazio a Km-zero. Invece la realtà racconta di una Lazio squattrinata e preoccupante, ma tuttavia in grado di sedurre e di “forgiare col fuoco” un’intera generazione di laziali.

Il Lecce è allenato da Mariolino Corso, uno degli ex-interisti della prima ora morattiana. Ha ereditato la gestione tecnica da Gianni Di Marzio, un figlio del sud che ha chiuso il campionato di serie B con un anonimo 13° posto. Mario Corso è un veneto di Verona e gli anni trascorsi nella metropoli lombarda lo hanno trasformato in un uomo di mondo. Non gli fa nessun effetto tornare all’Olimpico per l’ennesima volta, e nemmeno la Grande Bellezza romana lo intriga più di tanto. Non deve essere così per molti dei suoi giocatori. Una sorta di fascinazione per le atmosfere da Dolce Vita, forse un malcelato complesso d’inferiorità dei giocatori abituati a campi di provincia, fatto sta che hanno rimediato quattro scappellotti già nella stagione precedente. – “Mister, sabato sera possiamo fare un salto a Fontana de’ Trevi? L’anno scorso siamo andati a quel ristorantino di Trastevere e abbiamo incontrato anche l’attrice! Che dite Mister, possiamo ritornarci?” – chiedono i senatori leccesi al loro nuovo allenatore. – “Ma che voatri nàre in xèrca de rògne? Volete duràr da Nadàl a San Stefano?” – (Ma siete in cerca di rogne? Volete esaurirvi in due giorni soltanto?) – taglia corto Corso frustrandone i mondani pruriti.

Chissà se col senno di poi Mario Corso si sarà pentito di non aver dato ascolto alle richieste dei suoi giocatori. Sappiamo che la sera del sabato consumarono un pasto frugale, che alle 22 erano a nanna e che il giorno dopo, alle 14 e 30 in punto, erano tutti presenti agli ordini del signor Angelelli di Terni: Vannucci, Lo Russo, Bagnato, Bruno, Pezzella, Miceli, Cianci, Orlandi, Spica, Mileti e Luperto.
Come in tutte le partite casalinghe iniziamo subito all’attacco. D’Amico e Manfredonia compongono un tandem molto forte e giocano avanzatissimi vicino a Giordano. Vella e Podavini si occupano del centrocampo. La Lazio deve e vuole vincere ma c’è un giocatore che quel giorno vorrebbe addirittura stravincere: è Bruno Giordano, al quale è giunta la notizia che la sua partita verrà seguita attimo per attimo da Sergio Brighenti, un emissario azzurro di Enzo Bearzot.

Il C.T della Nazionale intende trovare alternative al tandem Rossi Graziani per la Nazionale neo-campione del Mondo e considera Bruno il candidato numero 1. Tutte le azioni sono preparate per facilitare Giordano nella realizzazione di un gol o per dargli l’opportunità di una giocata ad effetto che sorprenda non solo il suo marcatore ma l’osservatore del C.T. Purtroppo proprio quel giorno Bruno ha trovato sul suo cammino pane per i suoi denti: Lo Russo, un avversario tenace e scorbutico che in più di una occasione è riuscito a frenarne gli spunti. Tuttavia la Lazio ha la quasi certezza di riuscire a battere gli inesperti salentini.

Il “quasi” si può togliere al 32′: per un plateale fallo commesso in area da Cianci ai danni di Manfredonia, l’arbitro assegna un rigore per noi. Bruno-gol non si lascia sfuggire l’occasione e passiamo in vantaggio 1 a 0. Due minuti più tardi il Lecce resta in dieci: Pezzella, già ammonito in precedenza, si fa espellere per un ironico applauso indirizzato al direttore di gara.
Diciamo che il signor Angelelli, il giorno prima, avrà particolarmente apprezzato la cucina e le bellezze della Città di Roma, arrivando alla partita molto ben disposto verso i nostri giocatori.
Diciamo anche che quel giorno giocammo molto meglio del Lecce, ma che in varie circostanze l’arbitro applicò un metodo di valutazione assai incoerente, concedendo punizioni spesso a sproposito, sempre a nostro vantaggio. L’errore più macroscopico, che avrebbe anche potuto orientare diversamente la partita, capita al 15′: Brunetto si agita, è sicuramente attivato, emozionato, condizionato dalla presenza di Brighenti in Monte Mario. Quel pomeriggio giocò contratto, senza l’allegria scanzonata del trasteverino verace delle domeniche migliori. E sbagliò, rendendosi colpevole di un grave fallo di reazione su Lo Russo. Il signor Angelelli, a due metri, finse di non vedere.

Il primo tempo si chiude sull’1 a 0. Clagluna nell’intervallo equilibra la squadra. Pochesci ha rimediato un pestone e non ce la fa, Manfredonia arretra come centrale di difesa. De Nadai e Perrone danno manforte a Vella, quest’ultimo divenuto un beniamino della Curva Nord per il suo modo di giocare senza risparmio. Proprio Vella avvia l’azione del raddoppio: è il 50′ quando lancia di precisione De Nadai, defilato sulla sinistra, che avanza facendo partire un cross su cui Ambu si avventa arrivando per primo: è il 2 a 0. Il Lecce non molla e sei minuti più tardi sciupa l’occasione migliore per accorciare le distanze. Manfredonia atterra in area Tusino, lanciato a rete. Calcio di rigore, ma Orsi ipnotizza Mìleti. Le già tenui speranze del Lecce si spengono su questo episodio. Al 79′ è De Nadai a scagliare un bolide verso la porta avversaria, corta respinta dal portiere Vannucci proprio dalle parti di Ambu che vi piomba come un falco: è il 3 a 0, un risultato che non cambierà più, per il sollievo dei salentini in odor di “cappotto” e con buona pace di Giordano che sa di giocato al di sotto dei suoi abituali standard.

Corso sgattaiolò fuori dagli spogliatoi e s’infilò nel pullman con l’aria di uno che vuole tornarsene a casa prima possibile: nonostante i buoni propositi della vigilia, il suo Lecce è sceso in campo adottando una tattica troppo rinunciataria. Ha migliorato il risultato dell’anno precedente riducendo il passivo di un gol, ma la sostanza era sempre la stessa. E dunque sì, col senno di poi, non si sarebbe negato la tiepida serata romana dell’autunno del 1982.

Noi invece eravamo soddisfatti. A sera evitammo la prima parte de “La Domenica Sportiva” perché ci infastidivano i commenti sulla Roma in corsa per lo scudetto e ci sintonizzammo su “Gol di Notte”. Con il successo per tre reti a zero avevamo centrato il quarto risultato utile consecutivo, consolidando la nostra posizione al vertice della classifica insieme al Milan. Non avevamo giocato benissimo, non certo come la domenica precedente contro il Palermo, ma eravamo primi e tanto bastava.

Sono passati esattamente 37 anni, è cambiato il Calcio. Oggi è un’altra Lazio ma anche un altro Lecce. Sono una squadra da prendere con le molle, mostrano qualche lacuna in difesa ma in attacco sanno farsi valere. Per oggi è tutto.

Come ci salutiamo? Sappiamo che sarà un campionato lungo ma queste sono occasioni che non si possono mancare.
Forza Lazio!

Ugo Pericoli

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