HOCKEY, IL FILM DELL’UNICO SCUDETTO

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Dieci squadre, le prime quattro – che sognavano lo scudetto – ammesse alle semifinali, le ultime due retrocesse. Eccolo, il film dello scudetto, stagione 2004-2005, la Lazio per la prima volta Campione d’Italia, sul petto il logo delle Ceramiche Appia Nuova.

 

L’organigramma del club biancoceleste è il seguente: Presidente Francesco Rossi. Vice Presidente, Memmo Mari, Claudio Valdinoci, Roberto Meini. Direttore Generale, Claudio Valdinoci. Allenatore Bruno Ruscello. Vice allenatore Fabrizio Mattei. Paolo Brocco è il team manager. L’allenatore dei portieri è Barbara Mannino mentre il medico è Sergio Ballesio. Si giocano le gare interne al “Tre Fontane”.

 

L’organico contempla Maccari, Federici e Berti come portieri. Ballesio, Toreti, Bardelli, Ruberto, Valdinoci, Woltring, Cucchiaro e Livoli come difensori. Il pacchetto dei centrocampisti è composto da De Vincentis, Bertini, Gonzalez, Silenzi, Leone, Brocco. Realizzare gol pesanti era compito di Vermeulen, Corradetti, Keenan e Brecciaroli.

 

Quel Campionato di A1 – destinato ovviamente a passare alla storia – prevede la partecipazione di 10 squadre. Oltre ai biancocelesti ci sono l’H.C. Roma, H.C. Eur ’90 G.Castello, CUS Torino, Superba H.C., Suelli, Amsicora, CUS Bologna, H.C. Bra e Cernusco.

 

Alla fine della stagione regolare (dopo aver disputato a Gibilterra la fase finale della Coppa delle Coppe, detentrice come era della Coppa Italia) la Lazio precede di una sola lunghezza Bra, di tre punti l’Amsicora. La Roma certifica il suo primato con dodici vittorie su diciotto partite. Insomma, nell’ordine, il termine della stagione regolare della A1, regala questa griglia. Prima la H.C. Roma De Sisti, poi, una dopo l’altra, Lazio, H.C. Bra, Amsicora, CUS Bologna, Suelli, Cernusco, H.C. Superba. Malinconicamente, invece, CUS Torino e H.C. Eur ’90 G. Castello retrocedono in Serie A2.

 

Per fortuna, però, arrivano i play-offs, in cui tutto si mescola, talvolta sgretolando certezze. E così accadrà anche stavolta.

 

Semifinali e finali programmate nell’esiguo arco di dieci giorni. Prima partita a Bra, mercoledì 15 giugno 2005. Si gioca alle 15 e 30 e il caldo pare squagliare le tribunette.

 

“La settimana che precedette la partita fu per me un po’ travagliata: nell’allenamento del lunedì, infatti, nel corso della partitella, la palla, durante un contrasto, schizzò in alto, colpendomi al sopracciglio. Più che il dolore ricordo lo stupore nel vedere il sangue colare sugli occhi e sul viso perché il colpo non sembrava essere di violenza tale da provocare danni. Per questo, medicato e con una bella cucitura, gli allenamenti successivi li svolsi a ritmo forzatamente ridotto. Era scritto nel destino che dovessi entrare coi fatti nella storia di quello scudetto…”.

 

Il virgolettato è di Lorenzo Bardelli, colui che, con un gol, decise quella semifinale di andata. Lui che aveva sempre avuto un rapporto controverso col gol: tre reti appena segnate in sette, romantici anni di Lazio.

 

Capita, però, nelle storie di sport, che, nel momento decisivo, il destino si accorga e voglia quasi premiare chi, per abnegazione e coraggio, incarni, più di altri, il sacrificio. Quella volta fu Bardelli, eroe per un giorno, a diventare decisivo. La dinamica del gol, raccontata da Lorenzo, è un inno al collettivo, alla mutua assistenza. All’essere squadra di quella Lazio dei miracoli. Ascoltate.

 

Conquistammo un fallo nella loro metà campo, poco oltre la linea mediana e sulla nostra sinistra, quindi dalla mia parte. Il fischio dell’arbitro fu accolto con un certo disappunto dai nostri avversari, cosa che gli fece perdere per qualche secondo la concentrazione. Ero abbastanza vicino alla palla quando vidi Pacho Keenan che si apprestava a battere la punizione. Nell’azione precedente era arretrato dal suo ruolo di centravanti fino a metà campo, probabilmente per aiutarci a difendere meglio durante l’azione appena interrotta dall’arbitro. Uno di noi due, in quel punto, era di troppo e senza pensarci troppo scattai in avanti a prendere il posto di Pacho ed, eventualmente, il suo passaggio. Il marcatore di Pacho non capì perché il centravanti che doveva marcare andava a fare il mediano e viceversa e quando decise che doveva seguire me e lasciare lui io avevo già qualche metro di vantaggio. Comunque – se avessi ricevuto il passaggio di Pacho – avrei avuto davanti a me altri buoni venti metri prima dell’area e la prospettiva di superare anche il loro difensore centrale oltre che il ritorno da dietro del mio avversario, prima di poter tirare in porta. Ma i campioni sono tali anche per saper leggere le situazioni delle partite, non solo per risolverle con le loro prodezze. Così Pacho, invece di passare direttamente la palla a me, la girò con un bel flic sulla fascia opposta, quella destra, dove accorreva Simone Ballesio di gran carriera dalla sua posizione di terzino destro. Simone stoppò la palla e fece qualche metro: l’azione costrinse il loro difensore centrale a uscire un po’ verso di lui e a lasciare un po’ più di spazio per il mio inserimento. A quel punto fece partire un diagonale da poco prima dei ventidue, diretto verso la porta del Bra. Un drive preciso, forte e rasoterra. Su quel passaggio mi avventai in scivolata per essere sicuro di colpire la palla al volo, con un colpo secco e preciso, non particolarmente forte. Sentii un rumore secco, con la palla che aveva sbattuto in rete, tornando poi in campo”.

 

La Lazio sbanca Bra, preparandosi al ritorno, quattro giorni dopo. Nessuno, al ritorno dal Piemonte pensa però che i giochi siano fatti. Bra aveva conteso fino all’ultimo alla Lazio il secondo posto nella stagione regolare, staccata solo di un sospiro. E, in campionato, frutto di un equilibrio abbastanza marcato, le due squadre, negli scontri diretti, si erano divise la posta, vincendo in casa e perdendo fuori. Ecco perché la strada era ancora lunga, le insidie tante.

 

Bastava una disattenzione, una amnesia e tutto sarebbe tornato magicamente in gioco. E così, domenica 19 giugno, sotto al sole di mezzogiorno, gli incubi si materializzano. La Lazio perde, alla fine dei tempi regolamentari, uno a due, addirittura recuperando, con una magia di Keenan, i piemontesi che già assaporavano il clamoroso blitz e la conquista della finale. Si va così ai rigori, con una tensione che si taglia a fette. La Lazio decolla, senza fallire un penalty. A referto vanno, con grandissima freddezza, Toreti, Vermeulen, Gonzalez, Valdinoci e Keenan.

 

Il prodigio lo compie “Rambo” Maccari che sventa un rigore, trascinando la Lazio alla finalissima.

 

Passano solo tre notti, ecco il derby di Roma che assegnerà lo scudetto. Il ritmo dei play-offs non concede tregua, in città fa un caldo infernale. Gli allenamenti sono blandi, ormai è solo e soltanto una questione di testa. La Lazio – arrivata seconda nella stagione regolare – gioca la prima partita in casa. Un vantaggio? Una jattura? In pochi gli danno peso e fanno bene. Il terreno di gioco è sempre lo stesso, lo “Zino”, al “Tre Fontane”. Il fattore-campo, insomma, è elemento assolutamente marginale. Nella gara di andata la Lazio sbatte contro il repertorio di Cirilli. Che, con la maglia della H.C. Roma De Sisti Lighting addosso, segna tre reti, timbrando la vittoria in trasferta della propria squadra (3 a 2). E’ una bella dote, inutile negarlo. Perché la Roma aveva vinto senza soffrire manco un po’ la stagione regolare. Imprimendo un infernale ritmo da battistrada alle rivali.

 

Tre giorni ancora, ecco l’epilogo conclusivo. Si gioca la gara di ritorno. Domenica 25 giugno 2005, ore 18 e 30. La Roma può contare su due risultati su tre. Si cuce sul petto lo scudetto se vince o pareggia. Se perdesse due a tre si andrebbe invece ai supplementari. La Lazio va subito sotto, incassando il gol del ceco Bodnar, ex biancoceleste. Poi si sveglia Keenan che, a cavallo tra il primo e il secondo tempo, realizza tre, magnifiche reti. Cirilli, ancora lui, il capo-cannoniere della stagione regolare e dei play-offs, segna il gol del due a tre, che concede un po’ di respiro alla Roma.

 

Spetta all’olandese-volante, Vermeulen, siglare il gol-scudetto. Una esecuzione precisa, letale, capitalizzando una palla non controllata da Del Vasto, che proietta la Lazio in Paradiso, prima volta, nel corso della sua storia, a fregiarsi dello scudetto. Il minuto in cui Vermeulen segna il gol-scudetto è il 68′. Sarà il numero tricolore. Quello da custodire per sempre in una parte del cuore.

 

Da lì in avanti la Lazio difenderà coi denti il doppio vantaggio, annacquando con caparbia ogni velleità avversaria. Insomma, pur a fronte di una stagione vissuta al mozzo della Roma, pur perdendo tre derbies su quattro, la Lazio era stata capace di vincere la stracittadina più importante: quella che valeva ed assegnava il titolo.

 

G.Bic.

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