EZIO SCLAVI, IL CARISMA DEL CAPITANO

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Non avrebbe dubbi Antonio Buccioni, il Presidente della Società Sportiva Lazio, uno che conosce il mondo biancoceleste più dei proprio avi, nel rispondere alla domanda su chi sia l’atleta, dal 1900 ad oggi, a cui sia maggiormente e romanticamente legato, anche senza averlo frequentato. Vi risponderebbe, senza remore, con due semplici parole: “Ezio Sclavi”.

Sclavi – nato il 23 marzo 1903 – non soltanto ha inaugurato la formidabile stirpe di portieri di cui la Lazio si è fregiata nel corso della propria storia. E’ stato soprattutto il baluardo, il capitano, il Totem, l’uomo più carismatico, quello che condensava l’esempio, il senso di appartenenza, il coraggio.

C’era lui alla Stazione Termini, nel 1933, ad accompagnare per mano i pulcini biancocelesti che sarebbero partiti di lì a poco, in treno, alla volta di Vienna, invitati al Prater per una esibizione con i pari età del Wacker.

Sclavi era alla testa dell’intera prima squadra: perché la Lazio era una famiglia (così la intendeva Vaccaro) ed era opportuno che i giocatori più navigati infondessero coraggio e dedizione ai più piccoli, quelli che sarebbero diventati i Laziali del domani. Dopo essersi guadagnati applausi e consensi a Vienna, c’era ancora Ezio Sclavi ad accogliere i ragazzi al ritorno, dando ad ognuno di essi una pacca e un abbraccio.

Legatissimo ai Laziali più piccoli (per loro Ezio era una esempio), Sclavi era solito ospitarli spesso nella lussuosa auto che, complice i primi stipendi, si era comprato. Molte le foto che ritraggono il portiere e i giovani calciatori, tutti stretti e felici sulla sua berlina. Ma ci sono foto che lo ritraggono al centro del campo con i nostri “pulcini”, quelli che avrebbero dato spettacolo al Prater. A cui infondeva i segreti per provare a sfondare nel pallone, possibilmente nella Lazio.

Tesserato nel 1923, restò in biancoceleste fino al ’35, al netto di una stagione giocata con la Juve nel ’25. Il numero di partite da lui giocate in quel decennio? Oltre duecentocinquanta, anche se il dato mai ha assunto il crisma dell’ufficialità. A lui sono legate pagine di un calcio che non c’è più: come quella volta ad Alessandria in cui, per ben due volte, venne colpito prima dietro l’orecchio e poi al mento da un avversario, rifiutandosi di uscire per non lasciare la squadra da sola. Coraggio, carattere. E pure orgoglio. Quando si infortunò gravemente al ginocchio e la Lazio optò per il portiere Blason, partì – per un senso di rivalsa e di delusione – per l’Etiopia, continuando a giocare (anche da attaccante) per le squadre del Paese allora colonizzato.

Quanto servirebbe alla Lazio di oggi una figura leggendaria come la sua! Impossibilitati a riciclarlo ai giorni d’oggi, ci dobbiamo però accontentare di riviverlo di tanto in tanto. Presentando la sua figura e la sua militanza tutta d’un pezzo a chi, pur biancoceleste, ignora la sua parabola alla Rondinella.

 

 

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