Tredici anni senza Nostini: sicuro, incarnò lo stile dei Laziali

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“E’ più difficile descriverla che sentirla la Lazialità: è signorilità non di carattere esteriore, è cosa che si sente dentro, della quale ci si sente orgogliosi. E’ un messaggio che tocca i cuori, la mente, la sensibilità e ci innalza verso il cielo, è un messaggio di costume di vita e quindi incide nel comportamento quotidiano di ciascuno di noi. E’ importante dimostrarla in ogni occasione, nei campi di gioco e nella vita.”

Eccole, rievocate ai giorni d’oggi – a poche ore dal tredicesimo anniversario dalla sua scomparsa – le eredità di Renzo Nostini sintetizzate in quattro righe o poco più, ovviamente applicate alla Lazio, il grande amore della sua vita. Perché Nostini, nei novantuno anni di una vita costantemente presa di petto, ha incarnato i valori più belli della Lazialità: il rispetto degli avversari, la lealtà, il coraggio, la fierezza degli ideali. Un uomo che dedicò la sua vita, in modo assolutamente disinteressato, ai colori biancocelesti.

Ha rappresentato, prima di sedersi dietro ad una scrivania, l’Atleta per eccellenza. Si, con la A maiuscola. Ha vinto nel pentathlon moderno, nel nuoto, nel rugby, ovviamente nella scherma, la disciplina che, più di tutte, ha amato. Sette volte Campione mondiale di sciabola, mica bazzecole. Una istituzione.

Renzo Nostini, più di altri demiurghi biancocelesti, è la storia della Lazio. E’ stato per oltre cinquant’anni il Presidente della Lazio Generale, non mancando mai ad una partita di pallanuoto, di pallone, di basket, di pallavolo. Mezz’ora prima delle partite che la Lazio giocava all’Olimpico era possibile incrociare la sua sagoma asciutta lungo il viale dei Gladiatori, lo splendido rettilineo che porta dentro allo stadio. Loden blu d’inverno, giacca scura d’estate: eleganza, stile, mai una parola fuori posto. Innamorato di Giorgio Chinaglia, il trascinatore del primo scudetto: gli ricordava la sua voglia di vincere sempre. Pur rispettando ogni rivale.

Ovunque sventolasse la bandiera biancoceleste lui c’era, anche negli ultimi anni di vita, quando i primi acciacchi cominciavano a far capolino. Una Leggenda, uno di quegli uomini che mai dovrebbero andarsene. E’ stato lo sportivo più eclettico e vincente della storia della Lazio, oltre che uno dei suoi massimi dirigenti. Intelligenza fuori dal comune, diplomazia mista a orgoglio.
Una laurea in Ingegneria, da ragazzo, contemporaneamente alla scherma cominciò a praticare anche il nuoto. Fu Olindo Bitetti – uno dei primi ad accorgersi, con intuito sopraffino, di quale valenza avrebbe potuto acquisire una Polisportiva tutta biancoceleste, con migliaia di iscritti rigorosamente divisi per sezione – a notare, in acqua, quell’autentico prodigio.

Nel nuoto Nostini vinse titoli italiani nella staffetta, giocando anche a pallanuoto, con la calottina biancoceleste. Fu nella scherma, specialista della sciabola e del fioretto, che la sua Leggenda agonistica si dilatò. Perché Nostini finì coi numeri per contraddistinguere una epoca intera: gareggiò fino alla metà degli anni Cinquanta vincendo ben sette titoli mondiali nel fioretto e nella sciabola.
Un portento, uno di quegli atleti che, per duttilità, costituiscono le fortune di ogni Comitato Olimpico. Due partecipazioni alle Olimpiadi di Londra e di Helsinki: le avventure ai Giochi costituirono sempre un suo rammarico postumo. Assaporò soltanto il profumo dell’oro, conquistando quattro medaglie d’argento, due nel fioretto e altrettante nella sciabola a squadre.

Sfilando nella cerimonia di apertura dei Giochi di Londra del ’48 si divertì però a saldare un conto in sospeso col destino: dodici anni prima, infatti, era stato selezionato per rappresentare i colori azzurri nel pentathlon moderno alle Olimpiadi di Berlino ma poi il regime fascista ne aveva cancellato la partecipazione perché non militare. Nuoto, pallanuoto, pentathlon, scherma: tutto ciò che toccava trasformava in oro. Una macchina perfetta, un atleta di straordinario spessore: dopo di lui nessun alfiere azzurro ha saputo toccare le vette di tante discipline.

Giocò, ovviamente con successo, pure a rugby. E’ stato presidente della Lazio Nuoto per oltre cinquant’anni, sommando successivamente cariche prestigiose all’interno del CONI (Vice Presidente e Presidente Onorario), e della Federazione Scherma, incarnando, soprattutto all’estero, come ambasciatore dello sport azzurro, i valori della lealtà, dello sport pulito che rispetta le regole.

Figura solo apparentemente austera, amante delle tradizioni: ad esempio, non mancava mai, il primo mercoledì del mese, ad un pranzo indetto dal Circolo della Stampa, raccontando, rigorosamente a capotavola, aneddoti di una vita sportiva senza eguali.
Alla sua morte la figlia Patrizia è stata unanimemente eletta madrina della Polisportiva Lazio: sacrilego, infatti, sarebbe lasciar evaporare il ricordo del papà.

G.Bic.

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