“Mi ritorni in mente”: febbraio 2007, Delio Rossi “mata” il Toro e vola verso il terzo posto

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Lazio-Torino è stato uno dei grandi classici del calcio italiano. Nel corso dei vari decenni e soprattutto negli anni ’70, il Toro ha rappresentato la nostra bestia nera, perfino nell’anno dello scudetto ed in quello successivo. Col Toro prendemmo la più grande batosta casalinga con lo scudetto al petto.

Era un Torino bellissimo, pronipote diretto del leggendario Grande Torino di Valentino Mazzola, allenato e disegnato da Gigi Radice, forse il vero artefice della composizione di un mosaico del calcio realizzato con grande sagacia tattica, nonostante un budget davvero ridotto. Correva il campionato 1975-76, l’ultimo che salutò le casacche granata al loro arrivo sul traguardo dello scudetto.

Ad esclusione dell’avvincente stagione successiva nella quale si classificarono al secondo posto (indietro di un punto soltanto alla fortissima Juventus), il Torino ha perso – anno dopo anno – lustro e prestigio, retrocedendo più volte in serie B, percorrendo un lento e inarrestabile declino legato (in parte) alla decadenza del capoluogo piemontese come polo industriale, conseguenza dei processi di globalizzazione sopraggiunti ad inizio millennio. Ed è forse per questo che i giovani appartenenti alla cosiddetta Generazione Z (Post-Millennials), guardano al Torino non come ad una nobile decaduta (ruolo che spetterebbe più al Milan di questi ultimi anni) quanto ad una vera e propria provinciale che non può aspirare alle posizioni di vertice.

Dal maggio del ’76 alla partita che rivivremo quest’oggi c’è uno spazio temporale largo 31 anni, tre decadi che abbiamo trascorso tra saliscendi, sprofondi, risurrezioni, nuovi scivoloni, un turbinio di accadimenti che hanno spaziato dall’infamia degli scandali dei primi anni ’80 ai trionfi del 2000, quando diventammo, seppur per un periodo troppo breve, una delle squadre più forti d’Europa.
Ed eccoci arrivati al 18 febbraio 2007, alla XXIV giornata di uno dei campionati più sconclusionati di sempre.

Sì, quello fu un torneo sconclusionato. Contestualizziamo la situazione: abbiamo appena vinto la Coppa del Mondo ma la Serie A 2006-07 deve fare a meno della prima della classe, la solita Juventus, che si è vista recapitare dal Giudice Sportivo un biglietto di sola andata verso la Serie B. Illecito, anzi, una serie di illeciti sportivi che prenderanno il nome di Calciopoli e la forma, ambigua e controversa – della triade bianconera Moggi – Giraudo – Bettega. Alla serie A di quell’anno parteciparono 20 squadre. Di quel gruppone, nella serie A di oggi, ne sopravvivono 11, insieme alla Juventus che è tornata a vincere come e più di prima. Le altre 9 squadre viaggiano tristemente nelle serie inferiori, dalla B alla C, evidenziando le anomalie di quella stagione così atipica.
Anche noi – e poteva essere altrimenti? – veniamo tirati in ballo e prontamente retrocessi in serie B. La pesante sanzione, quasi una nuova condanna, viene trasformata in una grave penalizzazione (che ci fece rivivere un’estate piena di ansie) successivamente ridotta in autunno e poi nuovamente e definitivamente rivista al ribasso dal giudice sportivo.

Con soli 3 punti da scontare, da quel momento in poi si aprono per noi le porte per una incredibile rincorsa alla qualificazione alla Champions League. Il clima è tuttavia arroventato dalle continue tensioni tra società e tifoseria, quest’ultima particolarmente agguerrita verso il presidente Claudio Lotito, al quale si rimproverano acquisti non in linea con quelle delle precedenti gestioni.
Quel Lazio-Torino è diventata una partita da vincere a tutti costi per continuare a rincorrere le prime tre posizioni ma nonostante questo l’Olimpico presenta larghissimi seggiolini vuoti. Meno di 4000 paganti che vanno ad aggiungersi ai (quasi) 13.000 abbonati.

L’ambiente laziale è divenuto assai selettivo: dopo i fasti dell’epopea cragnottiana, perfino il principe reggente Ugo Longo ha trovato il modo di legare per sempre il suo nome (e il suo sorriso) a quello della squadra con l’aquila sul petto. Claudio Lotito si è fatto carico di un compito ingrato. Non è un uomo di calcio, è un imprenditore molto capace che ha raggiunto successi più che discreti in un mercato che non gli dà la visibilità che cerca. L’occasione gli arriva con la Lazio, ma il rapporto con i tifosi non è facilitato dall’approccio puramente aziendalistico per una squadra di calcio. Per tutto il girone di andata Lotito è stato sommerso da bordate di fischi ad ogni inquadratura sul tabellone, il bilancio della S.S Lazio è ancora “convalescente”. La rosa del campionato 2006-07 è la logica conseguenza di una gestione doverosamente attenta, in primis al controllo dei costi.

Nei giorni precedenti l’incontro, Delio Rossi (ritratto nella foto) ha anche dovuto fare i conti con i molti infortuni. Peruzzi, Behrami, Mudingayi e Makinwa non sono disponibili e Delio dovrà fare di necessità virtù. Quindi, via libera a Ballotta, Belleri, Siviglia, Cribari, Zauri, Mutarelli, Ledesma, Mauri, Jimenez, Rocchi e Pandev, gli undici in campo la domenica, mentre Simone Inzaghi e Igli Tare – panchinari di lungo corso – si accomodano accanto a lui nell’area tecnica.
Il Torino è allenato dalla nostra vecchia conoscenza Alberto Zaccheroni. Arrivato dal Milan con la fama di uomo fortunato, a Roma la dea bendata si riprenderà quanto elargitogli ai tempi dorati del Milan. E nemmeno a Torino sponda granata l’ormai ex-Cul de Zac sembra possa rivivere i suoi antichi favori. Quel pomeriggio manda in campo questa formazione: Abbiati, Franceschini, Di Loreto, Brevi, Lazetic, Barone, Gallo, De Ascentis, Pancaro, Rosina e Muzzi.

Per noi si mette subito bene: è l’11’ quando Goran Pandev segna gol per nulla scontato, una sorta di cucchiaio, un gol di precisione che tramortisce il Toro quasi prima di cominciare. Ne segue un primo tempo opaco e un po’ svogliato, con noi che non possiamo fare a meno di attaccare ma senza troppa convinzione e il Torino incapace di proporsi in avanti. Non certo uno spettacolo indimenticabile.
Nella ripresa Delio Rossi chiede ai suoi di non chiudersi. Non perché il Torino possa superarci ma perché non è proprio il caso di correre rischi inutili. Ed infatti è sufficiente una pressione un po’ più marcata per mettere sotto pressione il centrocampo granata, che sbaglia continuamente anche i passaggi più semplici e scolastici. Da uno di questi errori trae origine il gol del raddoppio laziale: troppo facile per uno come Stefano Mauri indovinare il suggerimento per Pandev, che questa volta segnerà di potenza: 2 a 0 e Torino alle corde.

A dire il vero i granata erano rientrati in campo con una maggiore determinazione, ma era stato un flebile fuoco di paglia. Più che vere e proprie occasioni da gol per i Granata, la partita vista dalle tribune scorreva lenta e un po’ noiosa, e solo in occasione dell’offensiva portata da Rosina qualcuno tra noi aveva un sussulto. Delio Rossi apportava qualche modifica alla difesa, irrobustendola con Firmani per presidiare la mediana. Sarà un finale di partita molto tranquillo, che l’arbitro Rizzoli di Bologna concluderà dopo quattro noiosissimi minuti di recupero. Quel pomeriggio, più che la reale forza dell’avversario, più che la pioggia e l’umidità dell’inverno, diedero più fastidio gli inopportuni fischi rivolti a Claudio Lotito nonché alle forze dell’ordine di servizio allo stadio.

Vorremmo fare questa semplice considerazione: il tifoso deve fare il tifoso, è giusto che esulti e che contesti a seconda dei risultati della squadra. Ma contestare per partito preso è un atteggiamento che non dovremmo mai accettare, anche solo per una questione di buon senso. Al termine di quella giornata la Lazio, partita con l’obiettivo di salvarsi (magari all’ultima giornata), si ritrovò quinta, davanti al Milan e ad un solo punto dal quarto posto occupato dal sorprendente Empoli.
Mancavano tre mesi alla fine del campionato: arrivammo terzi, dietro all’Inter e alla potente Roma dello scorso decennio, sospinta da un budget 10 volte più capiente del nostro e da un “ambiente” a lei favorevole.
Si erano fatte le cinque, le luci dei riflettori dell’Olimpico si facevano largo tra le prime ombre della sera. Aveva anche smesso di piovere mentre scendevamo le scalinate e ritornavamo alle nostre cose. Ripensavamo a come a volte la vita possa apparire contraddittoria. E come siano contraddittorie anche le dinamiche che alimentano le passioni.

Prima della partita avevamo salutato per l’ultima volta un caro amico, un testimone autentico della Lazialità allo stato puro: Gian Casoni, il presidente che aveva fronteggiato il dissesto finanziario dei primi anni ’80 con la leggerezza di un sorriso e l’eleganza di un foulard. Dall’altra parte, in quel tempo, veleggiava solenne vero la vittoria la Roma di Dino Viola. Loro ai vertici della serie A, noi precipitati all’inferno della B. Nonostante il divario economico e tecnico, la voglia di Lazio dei tifosi obbligava sempre l’apertura di tutti i settori dello stadio, molto spesso gremito anche nelle giornate di pioggia.

I giocatori avevano giocato con la fascia nera al braccio, in segno di rispettoso ricordo. Permetteteci di dire, sicuri di non poter essere smentiti, che nessuno di loro, figli del calcio di un dio maggiore, fatto di procuratori, di bonus extra e chissà di quante altre alchemiche diavolerie, conoscerà mai la gioia di uno stadio pieno “a prescindere”, ricolmo di un entusiasmo che nasce spontaneo, indipendentemente dal prestigio del torneo in cui si sta giocando.

Era la Lazio povera ma bella di Gian Chiaron Casoni, una società dalle risorse finanziarie praticamente inesistenti, e tuttavia capace di competere ad alti livelli in un campionato impossibile come la Serie B di allora, e di consegnare il club nelle mani di Giorgio Chinaglia, forte di una tifoseria – per usare la definizione coniata da Bob Lovati al termine di un estenuante Lazio Catania dell’‘83 – da “campioni del mondo”.

Il Tevere, che dal 1900 veglia sulle sorti del sodalizio biancazzurro, ha visto scorrere tutte le Lazio della nostra storia! Oggi che siamo la quarta squadra in Italia per numero di trofei vinti non abbiamo molte scuse per non andare tutti d’accordo. E dovremmo sorridere – proprio come avrebbe fatto Gian Casoni – ad una realtà che ha il profumo dalla vittoria, nonostante gli scivoloni di troppo, in provincia ed in Europa, delle ultime settimane. È lo spirito della nostra Lazialità il vero patrimonio, la vera forza della Lazio! Ricordiamocelo, mercoledì sera.

Forza Lazio!

Ugo Pericoli

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