“Mi ritorni in mente”: aprile ’73, Garlaschelli “gela” il Sant’Elia!

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Non vi nascondete e dite la verità! Quante ore avete dormito dopo la scintillante vittoria sulla Juventus?
Abbiamo visto tre gol uno meglio dell’altro, una squadra bella da vedere, con un gioco appassionante che a tratti diventa irresistibile. Cosa chiedere di più?
Siccome la vostra risposta ce l’immaginiamo, noi che quella notte abbiamo dormito pochissimo, preferiamo tuffarci nell’amarcord che fa da preludio alla prossima partita. E che il ricordo sia, viste le non poche analogie con quella Lazio lontanissima, un auspicio per sognare ancora!
Torniamo ad un tiepido pomeriggio di 46 anni fa, quando ci recammo a far visita ad un fortissimo Cagliari.

Eravamo nel ’73. Provenienti dalla Serie B ma secondi in classifica. Siamo nel pieno del “sabato del villaggio maestrelliano”, dove ogni sogno è permesso, dove nessuno ti riderà dietro in caso d’insuccesso, perché tutta l’Italia “neutrale” ti ha preso in simpatia, per via della sorprendente vitalità e freschezza di gioco espressa da questa matricola terribile.
Certo, ai lettori più giovani questi cognomi diranno poco o nulla, ma potranno farsi raccontare dai nonni la forza di quel Cagliari che – alle 14.30 in punto – era di fronte a noi, la domenica dell’8 di aprile del 1973: Albertosi, Lamagni, Mancin, Cera, Niccolai, Tomasini, Nenè, Roffi, Gori, Brugnera e Riva.

Noi rispondiamo con la formazione tipo quasi al completo: Pulici, Polentes, Martini, Wilson, Oddi, Nanni, Garlaschelli (ritratto nella foto), Re Cecconi, Chinaglia, Frustalupi e Manservisi.
Il Cagliari è pieno di nazionali ed è guidato da un allenatore che la Nazionale l’ha vissuta parecchio: Edmondo Fabbri. È subentrato a Paolo Mazza dopo la débâcle al mondiale cileno del 1962 e sarà alla guida dell’Italia fino al mondiale successivo disputato in Inghilterra, dove la Nazionale incappò in una disfatta epocale che ha fatto letteratura, oltre che storia. Di Castel Bolognese, Fabbri ha curiosamente allenato soltanto squadre del Centro Nord. Nel 1973 è un allenatore già sul viale del tramonto, ma lui ancora non lo sa. Rispetto a “Mondino”, Tommaso Maestrelli è di un anno più giovane e dunque potemmo definirli coetanei. Da questo primo confronto già s’intuisce la portata degli innovativi schemi di gioco attuati dalla cosiddetta “banda Maestrelli”.

Al calcio grigio e ingessato di Edmondo Fabbri si contrappone quello, totale e solare, dell’uomo nuovo del Calcio Italiano, Tommaso Maestrelli. A parte il debutto con la Lucchese, Tom ha sempre allenato club del meridione. Anche in questo è antitetico a Fabbri. Differenze geografiche a parte, Maestrelli è proiettato al futuro, studia il gioco praticato in Olanda dall’Ajax, ed è un concentrato di competenze trasversali (psicologia, diplomazia, gestione delle crisi) che costituiscono i requisiti fondamentali di un tecnico, nell’accezione moderna del termine.

Maestrelli rappresenta il massimo della vita per una banda di ragazzi ancora indefiniti, per i quali si intravede una potenzialità tecnica ancora tutta da sgrezzare, ma non se ne comprende la reale forza. Molti osservatori hanno intuito che la nascente Lazio è qualcosa in più che una semplice banda di scapigliati, ma solo lui sa come trasformare il brutto anatroccolo in un cigno regale.

È una giornata di primavera, con un sole caldo che già promette l’estate. Noi cominciamo a mille, con Re Cecconi e Frustalupi che s’impossessano subito del centrocampo. Tocca a Baffo Polentes (Sergetto Petrelli è ancora un po’ acciaccato per i postumi del dopo Manchester) controllare Gigi Riva. All’11’ Re Cecconi si scontra con Nenè, rimanendo contuso allo zigomo sinistro. Viene medicato a bordo campo dal dottor Renato Ziaco che gli applica due punti di sutura. Nei cinque minuti che Luciano è a terra, Polentes ferma Riva con un fallo a pochi metri dall’area di rigore. Rombo di Tuono lascia partire un tiro violentissimo che colpisce la base del montante destro, un episodio che avrebbe potuto dare all’incontro una diversa inerzia.

Ma è un momento soltanto perché quando Cecco rientra, la Lazio riprende a dominare, Garlaschelli sbaglia un gol al 22′ e al 31′ Nanni è travolto in area sarda da Niccolai senza che il signor Motta di Monza ravvisi gli estremi per un calcio di rigore.

Passano pochi minuti e arriva il nostro gol. Manservisi imbecca Martini, che s’invola sulla destra, arrivando quasi alla fine del campo. Martini riesce a mettere in mezzo un interessante rasoterra: Cera non intercetta e Chinaglia – che non si aspettava l’errore del suo marcatore – perde l’occasione per concludere a rete. Leggermente arretrato e seminascosto, è in agguato Garlaschelli. Renzo devia in porta con un colpo di destro: 1-0 per la noi! Coerentemente all’atteggiamento tattico del suo allenatore, il Cagliari reagisce in modo quasi scolastico. Chinaglia e Garlaschelli avrebbero la possibilità di raddoppiare ma falliscono due buone occasioni. Al 61′ Frustalupi spara sopra la traversa un pallone da lui stesso portato in zona tiro, e poco dopo Riva viene ammonito dall’arbitro Motta per proteste. Riva reclamava un rigore per un fallo di Wilson, ma è un Riva spento, l’immagine sbiadita e un po’ malinconica del Grande Cagliari che fu. Dopo qualche minuto tocca al nostro “Gigi” finire nell’elenco dei cattivi: Martini è ammonito per gioco scorretto. Il finale registra una lenta ripresa dei cagliaritani, che non sanno approfittare del nostro calo psico-emotivo.

E adesso, permetteteci un collegamento con il presente. Leggete cosa stava per succedere!
Fu un finale da brivido, giocato con una condotta inconcepibile, nonostante gli incoraggiamenti e gli inviti alla concentrazione da parte di Maestrelli: la Lazio gioca prevalentemente in attacco, non gli si addicono le gestioni del pallone con un gioco di melina. Perde ripetutamente palloni in modo banale, come se avesse timore di vincere. Fatica a gestire la vittoria. Sia Gori che Riva hanno la possibilità di pareggiare, ma per nostra fortuna sbagliano clamorosamente. Wilson si sostituisce a Pulici respingendo a porta ormai vuota un pallone che pareva destinato in gol. Finisce 1-0 per noi, fra i fischi della folla che protesta contro il suo amato Cagliari. Una protesta educata, quasi gentile, priva di ogni cattiveria.

Si scatenarono invece i tremila laziali giunti in Sardegna con ogni mezzo. Potevamo continuare a sognare, ad inseguire il Milan e provare a respingere gli assalti della Juventus.
Dicevamo delle analogie tra la Lazio di Maestrelli e quella attuale, di Simone Inzaghi.
Quest’ultima non è una neopromossa come quella ma è indubbiamente un undici a trazione anteriore. Se, per quanto riguarda il pacchetto difensivo, non sono possibili paragoni ed equivalenze, i 4 moschettieri di oggi sembrano in grado di reggere un confronto possibile con i campioni di ieri. Ma non è il caso di fare il gioco delle figurine a quasi cinque decadi di distanza!

Certo, è suggestivo il paragone tra le “amnesie” difensive della Lazio di ieri con quelle della Lazio di oggi. Così come l’attuale posizione in classifica che coincide con il piazzamento conclusivo della Lazio 1972-73. Anche il 3 a 1 sulla Juve di sabato sera ha ricordato a molti la sfida che anticipò il primo scudetto, per lo stesso risultato e per una condotta di gioco molto simile sotto il profilo della determinazione. Mentre scendevamo i gradini dello stadio sabato sera, cantando i nostri inni con una felicità finalmente urlata a squarciagola, scorgevamo i figli di Inzaghi giocare a pallone sotto la rete della Nord. Per chi visse “quella” Lazio, per chi, come noi, ha ben fissi nella memoria alcuni flash della famiglia Maestrelli, intravisti da dietro la rete del campo di Tor di Quinto, è stato un autentico ed emozionante déjà-vu.

Come sempre, vi invitiamo a considerare la nostra incompetenza tecnica e a perdonare la nostra propensione al romanticismo ed al sogno. E quindi – anche oggi – continuiamo ad attendere e fiduciosamente vi salutiamo.

Forza Lazio!

Ugo Pericoli

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