BACCINI, UNA VITA IN VASCA

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Se ne andò esattamente sette anni fa, Franco Baccini, ritratto in una istantanea presa in prestito dal favoloso scrigno di ricordi e di emozioni della Lazio Nuoto. Una autentica ferita al cuore per la Lazio tutta che arrivò proprio alla vigilia del Natale 2012.

Di ferita si trattava perché la scomparsa di Franco Baccini portava via una delle figure più leggendarie della Lazio. Una istituzione per il nuoto, biancoceleste prima, azzurro poi. La Lazio nel cuore, oggi più di ieri perché la vecchiaia, l’incalzare degli anni, ad un certo punto, è pellicola struggente, che riporta alla giovinezza. E con la Lazio Baccini visse il periodo più romantico della sua carriera.

Impossibile che la Polisportiva, nata sul Tevere, non eccellesse negli sport acquatici. E la sezione Nuoto fu, a lungo, uno scrigno di vittorie. Roba quasi da scriverci un film, se solo si possedesse la vena degli sceneggiatori. Era presente, Baccini, quando la Lazio Pallanuoto vinse lo scudetto del ’45, poi misteriosamente revocato dalla Federazione che pure aveva già provveduto a consegnare agli atleti biancocelesti la medaglia celebrativa. “Ci tolsero lo scudetto ma io quella medaglia mai l’ho restituita”, aveva raccontato, pochi mesi prima di andarsene, al sottoscritto, rievocando proprio gli anni d’oro del nuoto e della pallanuoto biancoceleste.

Dovette attendere undici anni per saldare il conto col destino: vincere il primo scudetto della Pallanuoto. Partite disputate all’aperto, d’estate, nella piscina dello Stadio Flaminio, dove la Lazio Nuoto, complice le intuizioni di Renzo Nostini, preparava, con i fantastici nuotatori dell’epoca, una collana di trionfi.

Istantanee di una Roma-sparita accompagnarono quella vittoria storica: si arrivava in piscina in Vespa, molti Romani, che erano in villeggiatura sul litorale, piombavano al Flaminio solo per ammirare la Lazio e quel titolo in arrivo. Perché la sezione Nuoto, allora, era un condensato di personaggi straordinari, bravi pure con la calottina: Pedersoli, ad esempio, e Pucci, una sorta di uragano in piscina, compagno di Baccini nella cavalcata dello scudetto del ’56. Erano le stagioni degli atleti poliedrici, polivalenti: e la piscina del Flaminio fu testimone della crescita tecnica e della consacrazione di autentici predestinati.

Franco, nella Lazio, fu tutto: atleta, campione, allenatore. Prima di curare, per lunghi, venti anni pure la Nazionale femminile. Ecco perché la sua scomparsa non solo immalinconì la Lazio ma privò l’intero nuoto azzurro di una sorta di Totem.

Ha incarnato i valori del rispetto degli avversari, della legalità in acqua, della sobrietà, anche nei trionfi. I cromosomi dello sportivo vero, insomma. Concetti cari ai pionieri che la Lazio, ai primi del ‘900, fondarono e che Renzo Nostini, il presidentissimo della Lazio Nuoto, sventolò per anni, senza false ipocrisie.

Ecco perché oggi, tra le 120 più luccicanti storie della Lazio, è doveroso ricordare Franco con uno sguardo nostalgico verso il cielo.

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