Garlaschelli compie gli anni: Vidigulfo celebra il suo Re

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Renzo, l’arrivo a Tor di Quinto da Como te lo ricordi? “Eccome, arrivammo sulla vecchia 124 blu di Felici Pulici. C’ero io, Felix, Luciano, Moriggi. Quelli del nord, insomma. Imboccammo il vialetto e incrociammo subito Jaguar e Bentley di Wilson e Chinaglia. Ma dove siamo capitati, ci dicemmo. Si presentò Maestrelli alle visite mediche. Mi diede il benvenuto e mi disse: senti, so che sei bravo ma passa sempre la palla a Chinaglia che è un rompiscatole”.

Non è l’inizio di una intervista ma ciò che – quasi sempre – Renzo Garlaschelli racconta dei suoi esordii biancocelesti. Dalle rive del lago di Como (dove guadagnava duecentomila lire al mese più i premi-partita) a Tor di Quinto, a giocare per lo scudetto. Ricordi, aneddoti, un velo di tristezza ripensando ai tanti (troppi…) che non possono più raccontare quegli anni spavaldi, spazzati via da un destino infame.

Oggi, 29 marzo, il “Garlasca”, classe ’50, compie sessantasette anni. Da tempo, ormai, ha riparato nell’eremo di casa, a Vidigulfo, in provincia di Pavia. Dove la gente va in bici sotto i portici e dove le mucche, talvolta, invadono le strade. Vive di risparmi e della pensione dell’Enpals, avendo regolarmente pagato, per anni, i relativi contributi. Il calcio giocato lo vive così, in modo disincantato: mai ha pensato di fare l’allenatore, il team manager, il dirigente, come molti suoi colleghi dei favolosi Anni Settanta. Tanto meno il commentatore, l’opinionista televisivo, di quelli che si presentano, pure un po’ boriosi, in giacca e cravatta, con i gemelli ai polsi e i capelli fonati.

Ha mollato il pallone e si è ritrovato a casa. Senza remore o rimpianti, Magari facendo una puntata, il venerdì, all’ippodromo di San Siro per giocare sui cavalli, sua passione da tempo. Di una cosa però è rimasto affezionato: alla Lazio, a Roma, a quei ricordi e a quelle avventure che, oggettivamente, per dieci anni di fila, cambiarono la sua vita.

Oggi, facendogli gli auguri più sinceri, abbiamo deciso di ricordarlo con la foto del Centro Studi Nove Gennaio Millenovecento che vedete. Quella che lo ritrae con, indossato, l’accappatoio bianco appena uscito dalla lavanderia della mitica “Sora Gina”. Con quella faccia da attore francese, “tombeur de femmes” come sovente amava riciclarsi, ai margini di allenamenti e di partite.

Maestrelli, della vita notturna di Renzo e di Long John (“andavamo sempre insieme al Jackie O’, a via Veneto, facevamo l’alba, tornavamo a casa per il caffè e poi in campo”) sapeva sempre tutto. Tanto che spesso gli diceva: “ok, vi vedo che non vi reggete in piedi, ci sono i giornalisti, però. Fate finta che vi fate male e poi andate a dormire”. Frammenti di Lazio irripetibile, sparita e romantica.

Renzo fu grande partner d’attacco di Chinaglia e di Giordano che, con lui a fare spazio e movimento, divennero re dei bomber. Con Castagner, all’inizio degli Anni Ottanta, la Lazio retrocessa ingiustamente a tavolino, non legò: fu l’inizio del crepuscolo mentre, davvero, vista l’età mica zavorrata dagli anni, avrebbe potuto ancora incidere. Aveva deciso però di staccare la spina, di godersi i soldi e la vita: niente più pallone, solo pillole di Lazio elargite giornalmente da una radio privata, facendo ridere da matti chi le ascolta.

Campione d’altri tempi, il “Garlasca”, negli anni in bianco e nero del pallone, allora vero compagno, per genuinità, di molti. Un Laziale tricolore, un lombardo della Bassa che mai ha rinnegato il biancoceleste. Che suonino a festa le campane di Vidigulfo: oggi è il compleanno del suo Re.

G.Bi.

 

 

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