Cari fratelli laziali,

oggi vi riportiamo all’inverno del 1986. Era la Lazio del Professor Chimenti. Subentrato al dimissionario Giorgio Chinaglia, guidò – per modo di dire – la Lazio più improvvisata di sempre.

Il campionato 1985-86 è nato sotto una pessima stella: a seguito della retrocessione, la Lazio è stata privata di tutti i suoi assi, veri o presunti tali; la squadra è stata affidata a Gigi Simoni. Sarà la stagione del riscatto, aveva giurato Chinaglia ad agosto. Possiamo ancora stringere l’ultima bandiera, Vincenzo D’amico.

Oggi è il 16 marzo 1986 e stiamo sull’orlo della Serie C. Per la XXVII giornata del campionato dobbiamo andare a Cagliari. Anche se nessuno osa dirlo, è uno spareggio salvezza. Il Cagliari è guidato da Gustavo Giagnoni, un vecchio mito del Calcio Anni Settanta.

Con il suo immancabile colbacco in testa, manda in campo questa formazione: Sorrentino, Marchi, Valentini, Occhipinti, Giancamilli, Miani, Bergamaschi, Pulga, Montesano, Bernardini e Piras.

Simoni, ritratto nella foto, si porta in panchina due senatori: Vincenzo D’Amico, che sebbene abbia solo 32 anni ha attraversato tutte le Lazio possibili, e Oscar Damiani, ex jolly dorato pluricampione e pluripremiato, venuto a Roma, si dice, non a svernare.

La Lazio è la seguente: Ielpo, Podavini, Calisti, Spinozzi, Calcaterra, Magnocavallo, Toti, Vinazzani, Dell'Anno, Caso e Garlini. Oltre ai due senatori, in panchina vanno Salafia, Filisetti e Corti.

Simoni ha optato per un atteggiamento spregiudicato: davanti, fiducia al tandem Dell’Anno-Garlini, dietro, Spinozzi è schierato in linea con Calisti e Podavini. Si parte, sembriamo concentrati, con Dell’Anno e Caso che svariano lungo l’out di sinistra. Schemi che spaventano il Cagliari e che ci ispirano fiducia. Al quarto d’ora il Cagliari spreca una facile occasione con Bernardini, che da ottima posizione spara fuori. Si arriva al minuto numero 28: Spinozzi è davanti a Calisti e Podavini, completamente fuori posizione; è preso in controtempo da Montesano, che crossa prontamente, sul pallone interviene Ielpo, che anticipa Bernardini ma non riesce a trattenere; sul pallone vagante piomba Pulga, che in piena corsa lascia partire la botta che gonfia la rete.

Dopo quattro minuti, abbiamo un’occasione gigantesca per pareggiare. È il 32' quando Magnocavallo entra in area dalla sinistra, è contrastato da Giancamilli e si lascia cadere. Il signor Tubertini, arbitro della sessione di Bologna, ci casca in pieno: rigore per noi. Tra i fischi dei 25.000 del Sant’Elia si presenta il tentennante Garlini. Quest’anno ne ha già sbagliato qualcuno ma il rigorista è rimasto lui. Tira forte ma troppo centrale, a Sorrentino basta un piccolo tuffo per respingere e liberare. Rientriamo negli spogliatoi nella consapevolezza di aver sbagliato un rigore regalato e che al Cagliari il risultato va stretto. Il Cagliari rientra molto determinato, la Lazio appare subito barcollante. Ielpo salva su un colpo di testa ravvicinato di Piras ma il raddoppio rossoblù arriva lo stesso. È il 13' quando Bergamaschi si ricorda di avere discrete doti balistiche. Dopo un accenno di dribbling scarica una bordata che Ielpo forse non ha nemmeno visto partire: 2 a 0.

Simoni scatta in piedi, non sembra nemmeno più lui: fa entrare i senatori senza nemmeno riscaldamento. Ce la faranno D’Amico e Damiani a raddrizzare una domenica che sembra compromessa?

Al 35’ il Cagliari potrebbe dilagare: Piras ha dribblato anche Ielpo ed ha calciato verso la nostra porta ormai vuota. Spinozzi lo ha “sostituito”: ha proteso il braccio e ha deviato nettamente, proprio come farebbe un bravo portiere. I sardi circondano l’arbitro, Tubertini sembra una macchietta, ammonisce l’incredulo Valentini e non concede un rigore solare che ha visto tutto lo stadio, panchina laziale inclusa. Stiamo colando a picco: Spinozzi si fa espellere per un intervento abbastanza inutile su Piras, offrendo a Tubertini l’assist per far smettere di fischiare il pubblico di casa, che non ha preso bene il secondo regalo alla Lazio. Lì davanti, Damiani e D’Amico non toccano palla mentre Piras coglie una traversa piena. Vaghiamo sul campo ondeggiando come un pugile suonato, il subentrato Branca si divora un ennesimo gol in modo fantozziano, rinunciando a tirare a porta vuota pur di ricambiare il favore al compagno che gli aveva fornito l’assist.

Doveva finire 4 a 0. Venimmo sconfitti per la decima volta in stagione, la nona in trasferta, e raggiungemmo un triste primato: 52 trasferte senza vittoria, Serie C dietro l’angolo. A sera la classifica sarebbe infatti stata questa: Cremonese e Campobasso 26, Lazio e Palermo 25, Perugia 24, Arezzo, Pescara, Catania e Cagliari 23, Catanzaro 22 e il Monza, virtualmente già retrocesso, staccato a 16.

Ci apprestavamo a vivere l’ora più buia: squadra da rifondare, risorse finanziarie azzerate, caos societario, con i dirigenti uno contro l'altro e il neopresidente Chimenti un pesce fuor d’acqua. Abbiamo perso Long John. Giorgio non conta ormai più nulla, non può più fare nulla, è solo un ex-dirigente. È uno di noi, un supertifoso con scarse doti manageriali ma che, nonostante tutto, era l'unica risorsa rimasta per mettere i giocatori davanti alle proprie responsabilità.

Era una Lazio ormai alla deriva, con due senatori, molto, troppo diversi tra loro: da un lato Oscar Damiani. È stato ingaggiato perché si spera che la sua esperienza possa regalarci quel “pacchetto” di gol che potrebbero sospingerci verso la conquista di una promozione impossibile. Si rivelerà un acquisto sbagliato e illusorio. Perché Damiani approfitterà della situazione societaria per maturare un’ennesima esperienza, finanziata dall’ingenuo Chinaglia. Si presenta al campo di Tor di Quinto in abiti di alta fattura e il “Sole” sottobraccio: look da yuppies, carriera da procuratore dietro l’angolo e investimenti diversificati, tra proventi sportivi e artistici, derivanti soprattutto dai quadri, la sua grande passione al di fuori del campo.

Dall’altra il capitano di tutte le battaglie, Vincenzo D’Amico: da tempo ai margini del progetto tecnico, negli spogliatoi del Sant’Elia si lascia andare ad un grido disperato: “Oggi è stato un pomeriggio di tregenda e io in C non ci voglio andare!"

Fratelli laziali, per ragioni diverse, dopo quarant’anni stiamo vivendo un altro momentaccio. Non ci resta che la Coppa Italia. Speriamo di salvare la stagione.

Forza Lazio!
Ugo Pericoli