Cari fratelli Laziali,

il campionato sta per concederci una seconda chance per provare ad agguantare l’Europa. In attesa di un Lazio Como che si preannuncia nuovamente fondamentale, vi riportiamo ad un vecchio precedente risalente all’inverno del 1983.

Era il 13 febbraio quando, per la XXI giornata del torneo di Serie B, Roberto Clagluna incrociava le armi con l’illustre collega Tarcisio Burgnich.

Come stiamo andando? Vi diciamo che la spinta a razzo messa in mostra in autunno si sta inesorabilmente esaurendo. Lo sprint aveva illuso tutti. I primi segni di cedimento si sono presentati a pochi giorni dal Natale. Il goal del pareggio, segnato in extremis da D’Amico nella gara all’Olimpico col Milan, ci ha lasciato trascorrere le festività in santa pace ma a fine gennaio perdiamo malamente a Campobasso, giocando malissimo contro una squadra composta da perfetti sconosciuti. Che diamine, siamo pur sempre la Lazio!

Che periodo! La squadra, nata imperfetta sulle rovine del calcioscommesse, è composta da giocatori dal curriculum di tutto rispetto. Leggete la formazione: ci sono tracce di Juventus, pezzi di Milan scudettato, si odono perfino echi della gloriosa Lazio maestrelliana. E poi, su tutti, ci sono loro due, Manfredonia e Giordano. Calciatori ambiti da tutta la serie A che, non si saprà mai come, Gian Chiaron Casoni è riuscito a trattenere a via Col di Lana.

Eccola, dunque, quella “Lazio di mezzo”: Orsi, Podavini, Saltarelli, Vella, Miele, Perrone, Ambu, Manfredonia, Giordano, D'Amico e Badiani. Anche la panchina non è male: Moscatelli, Pochesci, Tavola, De Nadai e Chiodi.

Che dire del Como? È decisamente una bella squadra infarcita di giocatori futuribili: Giuliani, Tempestilli, Galia, Fusi, Fontolan, Soldà, Mancini, Palese, Nicoletti, Matteoli e Palanca.Le riserve sono Radaelli, Butti, Casilli, Borgonovo e Maccoppi.

Siamo solo in 25.000 allo stadio. Fa freddo, il tempo minaccia pioggia. Non è propriamente una bella giornata. Già dalle primissime battute, si capisce che ci troviamo di fronte ad una Lazio assai simile a quella intravista a Campobasso: assenza di schemi tra i reparti, sufficienza, supponenza, segnali di crisi. È come se i giocatori avessero “fretta di chiudere”. Con queste premesse, in campo risaltano coloro i quali ci mettono quel briciolo di passione in più: come Vella, che sembra disponga di un motorino invisibile, perché si trova ovunque. O D'Amico, che invece fa pensare a un giovane nato già vecchio: sarà che a 18 anni già giocava nella Lazio di Maestrelli, lo percepiamo più anziano di quanto non sia. Anche Giordano e Manfredonia si fanno notare parecchio. Non potrebbe essere altrimenti, appartengono a un’altra categoria.

Giordano non si è risparmiato. Nel primo tempo Ambu non gli ha fornito nessun assist giocabile. Eppure, Bruno il suo golletto l’ha fatto. Ha segnato quasi subito, all’8’.Ma ci siamo seduti, pensando che la promozione ci spetti per diritto divino, e il Como ne approfitta. Inizia a prendere terreno immediatamente. Non passano due minuti che Galia s’inventa il goal della domenica. Finta a spiazzare la nostra difesa e siluro che sfonda la rete dopo aver toccato la traversa. Passano ancora i minuti, Clagluna non sa a chi santo votarsi, sono tutti imballati, incluso Manfredonia, e il Como raddoppia. Perrone respinge alla meglio un affondo di Paleari, il quale si riappropria della sfera e crossa a centro area. Lì c’è Miele che sembrerebbe in anticipo e invece cicca l'intervento, consentendo a Nicoletti di battere a rete. Sull’Olimpico cala un silenzio orrendo, non possiamo non tornare in Serie A. Arriva qualche fischio, perché i contropiedi del Como incutono un certo timore. Priva anche dell’infortunato Spinozzi, la difesa è andata in tilt mentre manca più di un’ora alla fine.

Miele continua a subire la pressione di Nicoletti. Perrone è elegante ma poco deciso, non ha certo la personalità del vecchio capitan Wilson. Si infortuna anche Podavini.

Piove sul bagnato. Entra Tavola al posto del Poda. Tentiamo una reazione, con rabbia cieca e confusa. Tanto fumo, poco arrosto, la difesa ospite guadagna gli spogliatoi senza nemmeno dannarsi l’anima.

Secondo tempo.

Clagluna inserisce Chiodi al posto di Ambu ma il gioco continua a latitare. Il Como si chiude, ma nemmeno troppo, non rinunciando mai al contropiede.

Al 55' arriva la svolta, in modo abbastanza fortunoso: Manfredonia emerge da una mischia e passa lateralmente a Vella. Sant’Enrico non ci pensa due volte, e d’istinto effettua un gran tiro a rientrare e fa il 2 a 2.

In curva ci sentiamo sollevati. Ci convinciamo che adesso ci penserà Giordano. Magari! Bruno è stanco, ha lavorato per due. Si fa sfuggire diversi palloni, è sottoposto a una marcatura asfissiante. La partita si chiuderà in pareggio, un brutto 2 a 2, logica conclusione di una condotta di gara insufficiente. E oggi, a distanza di più di quarant’anni, vogliamo ammettere che il Como avrebbe meritato la vittoria.

Ci attendevano tre mesi e mezzo da vivere col cuore in gola. Non potevamo immaginare che proprio la domenica di quel Lazio Como, dall’altra parte dell’Atlantico, un vecchio amico si stava attrezzando per regalarci un sogno. Giorgio Chinaglia stava preparando le carte. Titoli di proprietà, lettere d’intenti, perfino una bozza di assetto societario. Gian Casoniè stato un presidente “traghettatore” praticamente perfetto. Un personaggio d’altri tempi, di quando non sapevamo neanche che esistessero i fondi americani, malesiani o cinesi. C’era solo il Calcio! Nei primi anni Ottanta, un esponente della media borghesia romana poteva permettersi il lusso di fare “governance” con la Lazio, per poi consegnarla, in tutta la sua potenzialità, nelle mani di un mito come Long John. La foto articolo vale più di mille parole, perché è la quintessenza della Lazialità: Gian Casoni e Giorgione Chinaglia. Come non desiderare una Lazio nuovamente in armonia con la sua gente?

“Giorgio Chinaglia, il grido di battaglia!” Che risuoni a lungo, lunedì sera.

Forza Lazio!
Ugo Pericoli