Cari fratelli Laziali,

è bello constatare come la nostra Lazio venga considerata la vera sorpresa del campionato. C’era stato chi, e noi siamo tra questi, l’aveva pronosticata in quart’ultima posizione dopo le prime tre giornate.

Felici di esser stati smentiti dai fatti, vi riportiamo ad un Lazio Milan d’annata. Esattamente al 13 maggio 1979, quando per la XXX ed ultima giornata di Campionato veniva a trovarci il neo-scudettato Milan targato Nils Liedholm.

È metà maggio, a Roma si direbbe sia già arrivata l’estate. Si sta chiudendo un ennesimo campionato deludente, partito alla grande ma scivolato troppo presto in un mesto anonimato. Luis Vinicio? Una grande delusione. È tornato alla ribalta ancora una volta l’immarcescibile Bob Lovati. Lui sì che è un laziale per tutte le stagioni! Bob è certo, ed in fondo lo siamo tutti noi, che nella gara col Milan assisteremo ad un bel pareggio senza nemmeno soffrire troppo.

Perché?

È un Milan che ha già raggiunto l’obiettivo. Con un avversario già sazio, ci sarà soltanto da riempire l’Olimpico per l’addio al calcio di uno dei più grandi numeri 10 della storia del pallone nostrano.

Lovati deve rinunciare a capitan Wilson e schiera un giovane in più: Cacciatori, Ammoniaci, Martini, Perrone, Manfredonia, Badiani, Garlaschelli, Lopez, Giordano, Viola e D'Amico. A disposizione ha Fantini, Agostinelli e Cantarutti.

Liedholm ha la sua formazione tipo: Albertosi, Collovati, Maldera, Morini, Bet, Franco Baresi, Novellino, Bigon, Chiodi, Rivera e Buriani. Sulla panchina siedono Rigamonti, Boldini e il mostro sacro Fabio Capello.

Lo stadio sarà pieno: sono in arrivo da ogni parte d’Italia oltre 30.000 supporters milanisti. Per loro la giornata è iniziata prestissimo: molti sono partiti da Milano Centrale intorno alle 23, hanno sonnecchiato sugli appiccicosi divani in plastica dei vecchi treni notturni. L’aria festosa è mitigata dall’emozione del saluto al Golden Boy Gianni Rivera, il calciatore simbolo che ha fatto da collante a tre generazioni di milanisti.

Per stemperare l’emozione dell’attesa, deviano verso Piazza San Pietro invadendola di vessilli rossoneri. La luce del mattino accarezza il colonnato trasformandolo nel tempio pagano di un popolo in festa. Migliaia di cuori rossoneri si sono radunati qui, sotto la finestra del Papa, con gli occhi pieni di sole e le sciarpe tese come vele. Hanno la stella sul petto ma nell'anima portano la dolce malinconia di chi sa che sta per assistere all'ultimo valzer del proprio re. Quando Giovanni Paolo II si affaccia e pronuncia quel saluto speciale, il sacro e il profano si fondono in un brivido che profuma di destino.

Poi ci sono io.

Tranquillo sull’esito dell’incontro, ho preferito il pranzo domenicale in famiglia. Tutto sommato abito vicino allo stadio. Quando entro, alle 14:30, gli spalti lato nord presentano ancora larghi vuoti.

Poi eccole Lazio e Milan, salutarsi e iniziare a trotterellare nel caldo dell'Olimpico. È il pomeriggio degli addii ed è l'incrocio perfetto tra un'eleganza che si spegne e una ferocia che i giocatori laziali mostrano di possedere, purtroppo solo in parte. Il Golden Boy cammina sul prato con la regalità di sempre, dispensa gli ultimi quarantacinque minuti di pura poesia geometrica e poi lascia il campo, quasi in punta di piedi, per non disturbare la festa. Prima di uscire, però, c'è tempo per l'ultima magia. Rivera alza la testa, vede lo scatto di Chiodi che serve Bigon, e il Milan è in vantaggio. Un gol d'autore, nato dal piede del dieci più amato. Noi rispondiamo con un'energia diversa, fatta di tanta rabbia e poca fame. Sono settimane che non abbiamo nulla da chiedere. Solo Giordano avrebbe qualcosa da perdere. Non vincere il titolo di capocannoniere, dopo aver segnato reti decisamente meravigliose, sarebbe un’autentica beffa. E lui se ne sta lì, al centro dell'attacco, come un cacciatore solitario che vuole la corona di capocannoniere. Bruno non aspetta il pallone, lo insegue, lo pretende. Al trentaduesimo minuto il destino gli offre l'occasione: Morini pasticcia al limite dell'area, persa la bussola sotto la pressione di Garlaschelli. Giordano si avventa sulla sfera con l'istinto killer dei grandi bomber, fulmina Albertosi e firma l'1-1. È il suo diciannovesimo sigillo, la certezza del trono dei marcatori. Nella ripresa, senza Rivera rimasto negli spogliatoi, il ritmo cala e la partita si spegne lentamente in un tacito accordo di fine stagione. Ad essere sinceri, il Milan ci prova più di noi e Cacciatori trova il modo di dimostrare di essere stato un buon acquisto.

Uscimmo in fretta dallo stadio, come del resto fecero anche i milanisti. Era un calcio più spontaneo e i controlli delle Questure erano assai meno stringenti.

Li incontrai sul Lungotevere, verso piazzale Clodio: i rossoneri mi sorridevano felici per il loro decimo scudetto e io feci finta di essere soddisfatto per il titolo di capocannoniere di Giordano. Se devo essere sincero, mi rodeva per la mancata qualificazione in Coppa Uefa.

A sera, alla Domenica Sportiva, la maggior parte dei giornalisti convenne sul fatto che Lazio e Milan si erano messe d’accordo e sottolinearono che anche il signor Terpin aveva fischiato la fine con largo anticipo.

L’anno prima avevamo vinto due a zero, Rivera era stato annichilito, se non ricordo male, da Manfredonia. Pensai che la Lazio fosse veramente forte. Dodici mesi dopo, osservando Rivera uscire per l’ultima volta, ebbi la misura di quanto la Lazio fosse invece piccola e incompiuta.

Si direbbe invece più attrezzata quella ammirata lunedì sera a Udine: tosta, corta, concentrata, reattiva e gagliarda.

Sabato pomeriggio mancheranno nuovamente i tifosi. Sarebbe ingiusto fargliene una colpa. Forza Lazio!

Ugo Pericoli