Cari fratelli laziali,
c’è tanta, tanta delusione per come sono andate le cose nella finale di coppa. Non per il risultato, perché non è un disonore perdere contro una grandissima squadra, ma per il senso di abbandono che il tifoso della Lazio sente intorno a sé stesso. Sembra un lento, inevitabile declino. Ma avremo una lunga estate per parlarne. E siccome la partita con il Pisa conterà meno di zero, siamo già all’ultimo atto prima dei titoli di coda.
L’ultimo atto è costituito dal Derby. Vi riportiamo ad un tempo lontanissimo, in un contesto veramente particolare, ad un giorno in cui il derby romano assunse un significato che andava oltre ogni aspetto tecnico e gli interessi di classifica.
Bentornati al 24 marzo 1946. Oggi si disputerà la XXII giornata del Campionato della Divisione Nazionale girone Centro-Sud serie A e B 1945-46.
Il clou è il derby romano.
La Roma lo gioca in casa. L’allenatore Giovanni Degni schiera Risorti, Contin, Andreoli, Matteini, Salar, Jacobini, Krieziu, Dagianti, Amadei, Schiavetti e Cozzolini.
Il severissimo Anton “Tony” Cargnelli propone Gradella, Carton, Ferri, Alzani, Gualtieri, Del Pinto, Puccinelli, Manola, Koenig, Lombardini e Modesti.
Abbiamo disputato un campionato disastroso, siamo fuori dalla fase finale. La Roma invece, è considerata una delle rivelazioni. Il sole di marzo taglia in due lo Stadio Nazionale, regalando a Roma la prima vera domenica di primavera del dopoguerra. Ventiseimila anime accalcate sugli spalti cercano di ritrovare la normalità perduta tra le urla per un pallone, il profumo dell'erba tagliata e il lusso di poter spendere il proprio tempo per discutere di cose futili come una partita di calcio. Le ferite del conflitto sono ancora fresche, visibili nelle strade sventrate e nei volti scavati della gente. Eppure, per novanta minuti, per romanisti e laziali la partita sarà la cosa più importante al mondo. I giallorossi di Amadei e i biancocelesti di Koenig sono schierati sul terreno di gioco, quasi sull’attenti. Si ode un fischio lacerante. Non è l'inizio della partita ma l'ordine del silenzio. L'arbitro Stampacchia ha radunati i ventidue intorno al cerchio di centrocampo. In quel preciso istante, il brusio dei ventiseimila spettatori cessa di colpo, risucchiato in un vuoto improvviso e solenne. Esattamente due anni prima, il 24 marzo 1944, l'orrore nazista aveva consumato la sua vendetta più atroce nelle cave di pozzolana lungo la via Ardeatina. Mentre i giocatori restano a testa china, il pensiero di ognuno vola a quel buio. Le immagini dei 335 martiri — civili, militari, ebrei, partigiani — trucidati con un colpo alla nuca per ordine di Kappler, si sono sovrapposte alla luce festosa che illumina lo stadio. Il sangue innocente grida giustizia nel cuore di una capitale che fatica a dimenticare il rumore degli scarponi tedeschi e il terrore delle retate. Questo minuto di raccoglimento non è una semplice formalità calcistica: è il pianto collettivo di una città intera che onora i suoi morti. Il minuto di dolore finisce, il calcio d'inizio scaccia via i fantasmi. La partita è subito aspra, la Roma appare contratta, forse perché tra le due contendenti è quella che ha più da perdere. Schiavetti si infortuna ed è costretto a lasciare i compagni in dieci. Dodici lunghi minuti in cui noi ne approfittiamo. Al 25' del primo tempo, infatti, un'incertezza difensiva tra il portiere Risorti e il terzino Andreoli spalanca la via del gol a Koenig, che insacca a porta vuota il gol dello 0-1. Nella ripresa i giallorossi tentano l’assalto, spinti dall'orgoglio e da una tifoseria che – insieme al pubblico laziale – ha garantito l’incredibile incasso di due milioni e mezzo di lire.
La mediana romanista invece crolla, incapace di arginare la ragnatela di passaggi tessuta dai biancocelesti. Nonostante il forcing finale, la Roma non riesce a scardinare la nostra difesa, guidata da un Uber Gradella semplicemente insuperabile.
Al triplice fischio, festeggiammo una vittoria sorprendente che addolciva l'amarezza di un campionato decisamente anonimo e deludente.
Nonostante la gioia del Derby vinto, mentre la gente lasciava lo Stadio Nazionale per tornare alle proprie ambasce, l'eco di quel minuto di silenzio continuava a vibrare nell'aria primaverile.
La Lazio aveva vinto il derby del 24 marzo 1946. Roma, quel giorno, ricordò di essere sopravvissuta al suo inferno più grande.
Era un calcio che era capace di interpretare la passione della sua gente, nonostante la scarsità di risorse. Gli italiani, seppur più poveri, erano dotati di sano spirito sportivo.
Ci permettiamo una puntualizzazione extra DERBY: abbiamo letto commenti disgustosi sui social, sui quali, anziché stigmatizzare il comportamento antisportivo di un interista nei confronti di un monumento del calcio del XXI secolo come Pedro, lo hanno elevato ad episodio più “cool” dell’intera finale.
Se il “sentiment” che si respira intorno al nostro Calcio è questo, vuol dire che ci meritiamo altri 16 anni senza mondiali.
Forza Lazio!
Ugo Pericoli
