Cari fratelli laziali, a poche ore dalla partenza del Campionato che pone fine all’agonia di noi tifosi e soprattutto dei cronisti radiofonici - costretti a descrivere il nulla per quasi tre mesi - vorremmo sintetizzare la situazione a modo nostro. Ebbene, negli ultimi anni, il pensiero del laziale è stato più o meno questo: “la mente contesta ma il cuore si abbona".

Abbiamo sempre vissuto questo paradosso, nelle precedenti “estati lotitizzate”. La ragione si arrendeva alla passione. Si superavano promesse mancate, si valutavano gli errori sul mercato, si pesavano le scelte societarie, si giurava un distacco quasi punitivo rimandando però sempre all’anno prossimo. "Quest'anno, poi basta". Ebbene, è arrivato questo momento. Poco più di 3000 abbonamenti, l’Olimpico resterà deserto e in balia delle tifoserie avversarie.

Detto questo, proviamo a tuffarci nel clima del Campionato riportandovi al 21 settembre 1969.

Chiudete gli occhi e provate a respirare l’aria di quella domenica pomeriggio. C’è il sole delle grandi occasioni a Bologna, il profumo del calcio d’inizio stagione. Sono presenti duemila laziali a soffiare dietro alle maglie biancocelesti. Tifano una Lazio operaia, tornata da poco nel salotto buono della Serie A, guidata in panchina dal mago Juan Carlos Lorenzo.

Il Bologna di Mondino Fabbri è una realtà consolidata: Vavassori, Roversi, Ardizzon, Cresci, Janich, Gregori, Perani, Bulgarelli, Mujesan, Scala e Savoldi.

Sulla panchina di Lorenzo si accomoda anche Bob Lovati. Sulfaro, Papadopulo, Facco, Wilson, Soldo, Marchesi, Cucchi, Ferruccio Mazzola, Ghio, Morrone e Dolso. A disposizione dei due mister laziali, in panchina ci sono Chini e il giovane neoacquisto Giorgio Chinaglia.

Il pubblico, anche quello di fede bolognese, durante il primo tempo ammira il nuovo centrocampo laziale, che sembra d’acciaio, e una difesa solida, dove giganteggia un giovane capellone destinato a fare molta strada: Giuseppe Wilson, per tutti Pino. È stato schierato titolare per la prima volta, sta annullando Perani senza sbagliare un intervento. È davanti che stiamo faticando. Ghio e Mazzola stanno vagando per il campo, decisamente abulici. Le uniche scintille arrivano dal mancino fatato di Dolso, che delizia la platea con apprezzabili geometrie.

Il calcio sa essere ingiusto, anche in un settembre che profuma ancora d’estate: al minuto 41, botta violenta di Perani, respinta dalla nostra difesa. Bulgarelli è in netta posizione di fuorigioco, ostacola Sulfaro sulla linea di porta. Savoldi fa finta di niente e spinge il pallone in rete. I nostri protestano fino alle lacrime, ma l’arbitro convalida. Due minuti dopo, il capolavoro in negativo del direttore di gara: Papadopulo subisce un lieve fallo da Bulgarelli, il capitano bolognese risponde con un destro “alla Benvenuti”. Espulsione sacrosanta per Bulgarelli, ma, in un barlume di totale follia, De Marchi sventola il rosso anche sotto il naso del nostro. Una decisione che suscita persino l'ilarità del pubblico di casa.

Poi, il Destino. Che talvolta si ricorda anche di noi e ci manda qualcuno per riscrivere la storia.

All’intervallo, Lorenzo decide che è il momento. Fuori l’impalpabile Mazzola, dentro un ragazzone di ventidue anni, arrivato dall'Internapoli, magro come una mantide, con le spalle larghe e l'aria di chi non ha paura di niente: Giorgio Chinaglia da Massa Carrara. È il suo esordio nel massimo campionato.

La ripresa è un assedio totale.

Tredici calci d’angolo a tre per noi, un monologo che avrebbe meritato ben altro premio. E lì, in mezzo all'area, cominciammo a vedere i primi bagliori del mito. Movimenti ancora sgraziati, certo, ma un furore agonistico e una potenza fisica mai visti prima. Giorgio spaventò il Bologna: prima una botta violenta salvata sulla linea dal saggio Janich, poi un tiro velenoso che costrinse Vavassori al miracolo.

Mettemmo il Bologna alle corde, salvato dal cronometro e dalla sfortuna che ci negò il pareggio. Negli spogliatoi, Lorenzo disse che si sarebbe dovuto lavorare sulla muscolatura alta delle gambe del ragazzo.

Ci avevate mai fatto caso? Ma quant’era smilzo Giorgio prima di diventare Long John?

Quella domenica lasciammo come minimo un punto ma il laziale tornò a Roma con una certezza incrollabile. Al netto degli omissis di De Marchi da Pordenone, la Lazio di quel pomeriggio aveva dominato in lungo e in largo.

Avevamo visto il futuro. Quel giorno, a Bologna, erano nati la leggenda di Pino Wilson e il mito immortale di Long John.

In fondo, anche se il calcio cambia e cambiano le generazioni e le maglie diventano ogni anno più indecenti, quando la Lazio scende in campo a Bologna a fine agosto, basta chiudere gli occhi per sentire ancora il fantasma di Long John che arpiona il pallone in area e l'eco dei nostri duemila tifosi di allora.

Anche se molti di noi non si sono abbonati per troppo amore, noi diciamo “avanti Lazio”.

Consapevoli che quest’anno non sarà soltanto dura. Di più. Forza Lazio!

Ugo Pericoli