Cari fratelli Laziali, avevamo iniziato a scrivere il pezzo che state leggendo alle 5 e mezza del mattino di martedì 21 aprile, lasciandolo, come d’abitudine, nelle bozze, per poi completarlo a poche ore dalla partita da presentarvi.
Nelle ultime 36 ore ci è arrivato in dono tutto il buono che non avremmo mai osato nemmeno sognare, in una stagione deprimente come questa. Adesso il nostro sentiment è completamente mutato, perché è arrivata una stella: è arrivata la notte in cui Edoardo Motta ha parato tutto quel che si poteva parare, facendo riscrivere i parametri delle statistiche e le lotterie dei pronostici. Nello Sport, alcune prestazioni non sono solo eccellenti, sono straordinarie. Perché vanno oltre quanto sarebbe lecito attendersi da un atleta. E la performance di Edoardo Motta contro l’Atalanta ha lo stesso valore sportivo di quella di Nadia Comaneci alle Olimpiadi di Montreal del 1976. Ricordate la sua prova alle parallele asimmetriche? I tabelloni dei giudici andarono in tilt, perché non era stato previsto il voto “dieci”.
Dieci: questo il voto che molte testate online e non solo hanno assegnato al nostro portiere. Non ricordiamo un punteggio così alto ad un calciatore. Fatevi un giro sui Social. Provare per credere. L’impressione è che sia nata una stella.
Perdonateci il preambolo fuori ordinanza.
Rituffiamoci in questo campionato, che almeno servirà per preparare al meglio la Finale di Coppa contro l’Inter.
Per farlo, ci immergiamo nelle acque, non certo limpidissime, del campionato 1979-80.
Bentornati nel 1979. Oggi è domenica 9 dicembre, si gioca la XII giornata, è il giorno di Lazio – Udinese. I friulani sono una matricola terribile, noi vorremmo ottenere il quinto posto, equivalente a un piazzamento Uefa.
Bob Lovati ha passato una settimana turbolenta. Alla contraddittorietà dei risultati si sono aggiunte incomprensioni con lo staff sanitario, riguardanti Renzo Garlaschelli. Decide di non rischiare e ridisegna la formazione, soprattutto lì davanti. A un’ora dall’inizio, l’imprevisto: Bruno Giordano s’infortuna nella fase di riscaldamento. Non ci sono sostituti ed è risaputo che la Lazio sia Giordano-dipendente. Bruno giocherà, seppur con una gamba sola.
Largo dunque a Cacciatori, Tassotti, Citterio - Wilson, Manfredonia, Zucchini - Todesco, Montesi, Giordano, D'Amico e Viola. In panchina vanno Avagliano, Manzoni e Garlaschelli.
Corrado Orrico schiera l’Udinese in formazione-tipo: Ernesto Galli, Osti, Fanesi, Leonarduzzi, Fellet, Catellani, Vagheggi, Pin, Vriz, Del Neri e Bressani. In panchina Della Corna, Francesconi e Sgarbossa.
Arriviamo allo stadio accompagnati da un cielo grigio che inviterebbe a restarsene al calduccio, sul divano, un orecchio alla radiolina e un occhio a Lamberto Giorgi e al suo “In campo con Roma e Lazio”. E invece siamo in Nord, siamo quattro gatti, ventimila scarsi. C’è perfino quel sottile velo di nebbia che è tipico delle zone friulane, quando la luce dell’inverno si spegne in anticipo, smorzata dall’angustia dei rilievi carsici che rapidamente si trasformano in Alpi.
Non si sente affatto il Natale nell’aria. Ci siamo seduti e sappiamo già che non ci aspetta una bella partita. Però partiamo forte. Subito un lungo lancio di Viola per Giordano, poi un altro di Zucchini, che va a perdersi verso il nulla. Galli effettua rinvii molto arcuati, sui quali si avventano le teste di Vagheggi e di Manfredonia, di Tassotti e di Del Neri, di Vriz e Wilson.
Stiamo assistendo, del tutto inconsapevolmente, al passaggio di un’epoca. Quello della Lazio degli anni Settanta e Ottanta: stanno giocando insieme Vincenzo D’Amico e Maurizio Montesi, Nando Viola e Mauro Tassotti, Filippo Citterio e Pino Wilson.
La Lazio di mezzo sta sgambettando sotto i nostri sguardi dai sorrisi incerti.
E cosa ti vuoi sorridere? Noi attacchiamo ma sono i friulani a dare l’impressione di essere i più forti. O i più bravi, perché le loro manovre risultano più pulite e cercate delle nostre, tutte casuali e spezzettate. Purtroppo, ci manca Giordano. Bruno è sì in campo ma non può correre, può solo coordinarsi quando capisce di poter tirare a rete. È condizionato da uno stiramento alla coscia destra ed ha timore di farsi male al primo affondo. L’Udinese è arroccata in difesa e noi dobbiamo comunque provare a vincere, anche senza il solito tandem Garlaschelli-Giordano.
Allo scadere del primo tempo Cacciatori para miracolosamente una palla-gol: azione in contropiede, l’intera difesa laziale è sorpresa dal colpo di testa di Bressani. Considerato il tono della gara, difficilmente saremmo riusciti a rimontare. In questo clima la squadra rientra negli spogliatoi, a mani vuote e con le maglie sporche di fango e di erba. Noi fischiamo, la Lazio non ci è affatto piaciuta.
I nostri rientrano, hanno le maglie pulite: ripartono con maggiore decisione, con Todesco e Citterio, che provano a sganciarsi in fughe in solitaria. Gli affondi risultano più “cercati” e allora riprendiamo a tifare, nonostante la pioggia ci arrivi in faccia facendoci assaggiare in pieno il sapore bagnato dell’inverno. Dopo un quarto d’ora, falliamo l’unica occasione. È il 62', Giordano riceve da Citterio ma sciupa clamorosamente tirando alto da due metri. La porta dell’Udinese era sguarnita. Non è proprio aria. Anche l’arbitro prova a darci un aiutino, quando il signor Redini s’inventa l’espulsione di Vriz a dieci dalla fine. Perché abbia espulso l’attaccante bianconero non lo sapremo mai. Poi Redini fischia la fine, dopo soli sessanta secondi di recupero. Si era stufato anche lui di correre sotto questa pioggerella inutile. Noi siamo più arrabbiati che bagnati e intoniamo «buffoni-buffoni», un coro che non passerà mai di moda.
Negli spogliatoi proseguì la polemica fra il dottor Ziaco e Bob Lovati. Uno screzio rarissimo tra due laziali al di sopra di ogni sospetto.
E né il dottor Ziaco, né Bob, e purtroppo nemmeno nonno Umberto si accorsero che ben altre dinamiche si stavano insinuando nello spogliatoio laziale. Non se ne accorse nessuno. Chi provò a parlare, chi avrebbe potuto salvare sé stesso e tutti noi dai nostri terribili anni Ottanta, venne messo a tacere. Venne fatto passare per un rompiscatole disallineato attaccabrighe. Ve lo riproponiamo in questa rara immagine scattata nel luglio del 1979. Insieme a Bruno Giordano, al povero Vincenzo Zucchini, al baby Enrico Todesco e del mitico Padre Lisandrini (la cui presenza è intuibile dal cordiglio e dal saio francescano), lui sorride con un look alla Stefano Rosso, il cantautore romano reso celebre dal brano Una storia disonesta. Mai somiglianza (per tacer del titolo della canzone) si rivelò più profetica. Si chiamava, anzi si chiama, Maurizio Montesi. Noi lo stiamo cercando come si ricerca la verità. Non sappiamo dove sia, di cosa viva.
Ma ci piace pensare che anche lui abbia visto Atalanta Lazio e che si sia ritrovato nello sguardo pacificatore di Edoardo Motta. Noi che abbiamo visto tutte le Lazio, incluse quella del periodo-Montesi e quella attuale, ormai targata Motta, siamo speranzosi e vogliamo augurarvi che il meglio debba ancora venire.
Forza Lazio!
Ugo Pericoli
