Cari fratelli Laziali,
archiviata l’ultima sessione di allenamento in quel di Cremona, valevole come preparazione alla finale di coppa, ci apprestiamo a vivere un turno di campionato particolarmente anomalo.
Anomalo per due ragioni. La prima è che incontreremo l’Inter solo cento ore prima della finale. La seconda, che con i nerazzurri già campioni d’Italia e la Lazio alla ricerca di un ottavo posto - il minimo sindacale richiesto per evitare un fastidioso turno extra nella prossima Coppa Italia - sia Sarri che Chivu opteranno per una formazione infarcita di riserve.
Insomma, questo Lazio-Inter ce lo saremmo davvero evitato. Molto diverso invece, il mood del precedente che ci accingiamo a rievocare insieme a voi.
Bentornati nel 1975, oggi è domenica 12 ottobre. Le scuole sono appena iniziate, qualcuno, il più spendaccione tra noi bambini, ha già completato 1/3 dell’album delle figurine. Io ho già trovato quella di Chinaglia. Quelle dei giocatori della Lazio sono le mie figu preferite, le metto da parte, non le sacrifico nemmeno per gli scambi durante la ricreazione.
Sono quasi le 14.30, lo stadio è strapieno. Sono in tribuna Monte Mario, mi ci ha portato zio Franco, un grande esperto di calcio. Zio Franco è romano d’importazione, tifa Brescia ma soprattutto tifa Evaristo Beccalossi. Non lo conosco e lui mi dice che è fortissimo e se non lo conosco è solo perché gioca nel Brescia, che è in Serie B.
In panchina hanno preso uno nuovo che non mi piace per niente. Sento i “grandi” parlare di lui, al bar e allo stadio; non ne parlano bene. Forse mi sono lasciato condizionare dai giudizi degli adulti ma devo dire che questo Corsini non mi ispira affatto. Ma perché Lenzini è andato a scegliere proprio lui?
La squadra ha tanti volti nuovi e nessuno di questi mi sembra carismatico. Poi ho problemi a memorizzare la formazione; troppi cambi: Pulici, Ammoniaci, Martini, Wilson, Ghedin, Re Cecconi, Garlaschelli, Brignani, Chinaglia, Badiani e Giordano. In panchina il solito Moriggi, poi Ferrari e Lopez. Oggi manca D’Amico, peccato, lui mi è sempre piaciuto un sacco.
L’Inter è allenata da Beppe Chiappella. Ho letto sul Guerin Sportivo che potrebbe essere la sorpresa del Campionato, sono cinque anni che i nerazzurri non vincono lo scudetto.
Sono convinto che se Long John tornasse quello di due anni fa, lo scudetto sarebbe di nuovo nostro. Sono emozionatissimo, mancano cinque minuti - e trovandomi in prossimità di cinque adulti con le facce alla Franco Califano - declamo a voce alta la mia profezia sullo scudetto. La replica non tarda ad arrivare: “A biondì, ma che nun ce lo sai che aamo vennuto er Frusta ar Cesena? E puro Oddi? Quest’anno ce sarà da soffrì, preparate”.
Rosso dalla vergogna, lancio uno sguardo verso mio zio sperando nel suo assenso. Poi vedo passare sotto i miei occhi l’Inter. Li conosco quasi tutti, perché quand’ero piccolo, prima di diventare della Lazio, cambiavo squadra ogni anno, diventando immancabilmente tifoso del più forte. Ed eccoli Vieri, Fedele, Giubertoni, Oriali, Bini, Facchetti, Pavone, Marini, Boninsegna, Mazzola e Bertini. In panchina c’è un portiere nuovo che secondo me non giocherà mai, perché Vieri è troppo forte. Si chiama Ivano Bordon e sono certo farà la stessa fine di Moriggi. Poi vedo Galbiati e Mutti, non li conosco affatto.
La partita è iniziata. L’Inter l’ha iniziata meglio di noi. Attaccano, sono pericolosi in contropiede. Pavone dà un pallone a Boninsegna, ma Bonimba perde l’attimo. Poco dopo Pulici ci salva: Boninsegna ha sbagliato un altro gol.Sono abbastanza sconsolato, poi Facchetti manda a terra Chinaglia che si era liberato di Bini. Io pensavo che l’arbitro avesse dato rigore ma il fallo è avvenuto proprio sulla linea, al centro. Long John tira una bomba, il pallone sfiora la barriera, sorprende Vieri e finisce in gol. 1 a 0! L’Inter reagisce immediatamente, sospinto da Mazzola. Giordano retrocede in difesa e si fa ammonire per un intervento troppo avventato. Il pareggio si avverte già nell’aria. Ammoniaci prova a frenare la corsa di Mazzola ma non ci riesce, l’interista serve Bertini che tenta il tiro a rete; sulla traiettoria s’inserisce Facchetti che batte imparabilmente Pulici: 1 a 1.
Attacchiamo di nuovo ma non riesco a ritrovare la Lazio di Maestrelli. Bini si fa ammonire per fallo su Chinaglia. Giordano ha giocato male e zoppica pure. Entra al suo posto Lopez, un altro che non conosco.
Dov’è finito il bel gioco della Lazio? Sul finire del tempo a momenti non segniamo: Chinaglia, ancora su punizione, impegna Vieri che smanaccia come può; arriva Brignani che tira verso la porta ma Vieri respinge ancora. Peccato, era stata la migliore occasione, proprio prima del fischio.
Inizia il secondo tempo e di nuovo, incredibilmente, Boninsegna sbaglia due gol. Il primo al 50' un altro il minuto successivo. Brignani si divora il gol del vantaggio, cincischiando su una finezza di Re Cecconi, uno che non molla mai.
L’ultima mezz’ora sarà una vera noia. Non ci saranno altri tiri in porta. Io vedo Long John con le braccia ciondolanti, Boninsegna correre piano. L’arbitro Menicucci ha arbitrato bene, chissà, forse gli stiamo simpatici. Mazzola è proprio forte, pure Re Cecconi. Vorrei dire, a questo punto, che a distanza di mezzo secolo da quel pomeriggio, la cosa più bella che ricordo non è la partita in sé. Ricordo perfettamente la bellezza dello stadio Olimpico, pieno in un modo straordinario, come e più che nel 1974.
Nell’articolo vi abbiamo parlato di Giulio Corsini. Ebbe una partenza bruciante come allenatore. Arrivò alla Lazio – nella foto articolo è ritratto con i nuovi acquisti Brignani, Lopez, Ammoniaci e Ferrari, perché Lenzini era rimasto sedotto dalle imprese con l’Atalanta e la Sampdoria. A Roma deve sostituire uno come Tommaso. Finirà male la sua breve avventura con noi. Da quel momento poi, una rapida discesa fino alla quasi totale caduta nel dimenticatoio. Morirà nella sua Bergamo, l’ultimo giorno del 2009.
Mentre scrivevamo il pezzo, siamo stati raggiunti dalla notizia della scomparsa di Evaristo Beccalossi. Una brutta notizia. È stato uno dei volti più noti nel pittoresco palcoscenico del calcio Anni Settanta. Quasi coetaneo del nostro amato Vincenzo D’Amico, Evaristo Beccalossi era un fantasista-tipo. Con D’Amico condivideva diverse caratteristiche tecniche e caratteriali. Erano speculari l’un l’altro nel calcio di quell'epoca: genio e sregolatezza, entrambi incarnavano il classico numero 10, “di fantasia” – come si diceva quel tempo, capace di giocate geniali, prestazioni sublimi, alternati a momenti di discontinuità. Ad unirli ancor di più, i noti “problemini” a gestire l’alimentazione e la forma fisica. Beccalossi e D'Amico erano dotati di grande tecnica individuale, dribbling e visione di gioco, ci facevano divertire "coccolando la palla". Una volta Beccalossi citò proprio Vincenzino come il giocatore più simile a lui, sottolineando la condivisione della filosofia di gioco basata sul divertimento e sulla qualità tecnica. Ad Evaristo, come a Vincenzo, il destino ha riservato un’ennesima affinità, dal momento che entrambi erano alla soglia del settantesimo compleanno ma non hanno potuto festeggiarlo. Una triste coincidenza che li accomuna, anche nel momento del commiato.
L’Inter giocherà con il lutto al braccio. Siamo molto dispiaciuti. Un altro campione è entrato nel nostro speciale paradiso degli eroi del Calcio degli Anni Settanta.
Forza Lazio!
Ugo Pericoli
