Ci sono pomeriggi che restano appesi a un filo d’erba, a un retropassaggio sbagliato o a un fischietto che decide di guardare altrove. È il 5 maggio 1968 quando la Lazio di Bob Lovati (nella foto l'undici-base di quella stagione) sale in laguna per la trentasettesima giornata di un campionato di Serie B logorante, alla ricerca di punti pesanti per agganciare il treno della promozione.
Il Venezia è allenato da Roberto Lerici: Vincenzi, Lenzi, Grossi, Neri, Nanni, Spagni, Bertogna, Beretta, Mencacci, Ragonesi e Manfredini.
Scendono in campo Cei, Zanetti, Adorni, Soldo, Pagni, Ronzon, Morrone, Gioia, Fortunato, Marchesi e Dolso.
L'atmosfera che ci accoglie al Penzo è quella tipica delle domeniche di fine Anni Sessanta: cinquemila spettatori pronti ad alitare sul collo del Venezia, assiepati sulle tribune a ridosso dell'acqua, il fumo delle sigarette senza filtro che si mescola all'aria mite e umida e le giacche pronte a essere tolte al primo raggio di sole.
La giornata per noi non è cominciata sotto i migliori auspici. Al mattino, il bollettino medico gela i piani di Lovati: Massa è fuori gioco, bloccato da una violenta nevralgia. Al suo posto Bob ridisegna la scacchiera tattica e lancia Soldo nell'inedito ruolo di mediano di spinta. Dopo le classiche fasi di studio, in cui le squadre si annusano stringendo le marcature, al 10' il Penzo sobbalza. Gioia commette un clamoroso errore, un retropassaggio corto verso Cei che diventa un invito a nozze per Bertogna. Per fortuna nostra, il recupero provvidenziale di Marchesi cancella la paura sulla linea di porta. Pochi minuti dopo tremiamo ancora: un colpo di testa dello stesso Bertogna scheggia la traversa e si spegne sul fondo.
Sotto i colpi dei neroverdi ci scuotiamo, trovando le giuste distanze e iniziando a tessere qualche trama a centrocampo. Al 22' arriva la prima fiammata dei nostri: Morrone chiude un triangolo da manuale con Gioia e scarica un diagonale potente che sfiora il palo a Vincenzi battuto. Spingiamo con convinzione e al 27' l'episodio che potrebbe cambiare la storia del match: Gioia serve splendidamente in area Fortunato, ma sulla traiettoria si interpone il terzino di casa Grossi con un "mani" vistoso. Per l'arbitro Monti di Ancona è un tocco involontario e il gioco prosegue tra le nostre comprensibili proteste. Sul finire del tempo è ancora Gioia a inventare per Soldo, il quale però manca l'aggancio decisivo e si fa anticipare da Neri al momento di battere a rete.
Nei primi minuti della ripresa i ragazzi di Lovati si ripresentano in campo ancora più convinti e aggressivi. Un'incursione travolgente del solito indomabile Morrone fa venire i brividi alla retroguardia lagunare. Poco dopo, Soldo viene letteralmente atterrato in piena area di rigore veneziana: un penalty solare, ma il direttore di gara decide clamorosamente di chiudere gli occhi, scatenando la rabbia della nostra panchina. Scampato il pericolo, il Venezia si affida all'orgoglio e alla classe del vecchio Pedro Manfredini, che prova a caricarsi i neroverdi sulle spalle. La pressione dei padroni di casa produce una serie di calci d'angolo, ma la nostra difesa regge l'urto con ordine. Finisce zero a zero, un pareggio che ci lascia in bocca il sapore amaro dei rimpianti e di una direzione arbitrale che ci ha tolto quello che meritavamo.
Tornando al presente, nelle ultime ore, a tener banco, non c’è stata soltanto la mini-telenovela Icardi (che non ha portato frutti). Claudio Lotito ci appare sempre più scollegato dal sentiment del tifoso. Questo ci sentiamo di doverlo scrivere.
Concentriamoci sul campo. Sabato pomeriggio ci attende una piccola prova del nove. Forza Lazio!
Ugo Pericoli
