Cari fratelli Laziali,

ci stiamo avvicinando alla semifinale di ritorno di Coppa Italia. Da qualche settimana, le partite di campionato sembrano esser diventate una sorta di allenamento in vista di quella che - speriamo – possa trasformarsi in qualcosa di bello da vivere e da ricordare. Purtroppo, per quanto riguarda il campionato in corso, ci risulta difficile proporvi argomenti motivanti. La nostra classifica parla da sola. Vivacchiamo nella calma piatta di una stagione senza patemi. L’esatto opposto della situazione vissuta nella partita che stiamo per ricordare: vi riportiamo infatti alla disperatissima Lazio del Campionato 1975-76, esattamente al 2 maggio, quando per la XXVIII e terz’ultima giornata il programma offriva Fiorentina – Lazio.

I Viola sono plasmati dalle ruvide mani di Carletto Mazzone: Superchi, Tendi, Roggi, Pellegrini, Galdiolo, Beatrice, Caso, Merlo, Casarsa, Antognoni e Desolati. In panchina Mattolini, Bresciani e Rosi.

Tommaso Maestrelli invece è impegnato su due fronti: sta tentando di gestire il dopo-Chinaglia e di dosare al meglio le proprie energie fisiche. È stato male parecchio ma adesso è lì, e sta chiedendo a Pulici, Ammoniaci, Martini, Wilson, Polentes, Badiani, Garlaschelli, Re Cecconi, Giordano, D'Amico e Lopez di provare a fare un mezzo miracolo: contro la rilanciata Fiorentina serve almeno un punto. In panchina si siede vicino al dottor Ziaco e al secondo portiere Moriggi. Poco più in là, anche Ghedin e Ferrari.

Sotto un cielo tinto d’azzurro ci pare di scorgere una Lazio luminescente. Dopo sessanta secondi in cui la Fiorentina non ha quasi giocato un vero pallone, quasi ci siamo scordati che è la prima volta senza Giorgio Chinaglia. Lui ha abbandonato la nave, ha messo pancia verso New York domenica scorsa. Noi, che siamo ancora dei bambini, ci sentiamo disperati e traditi. Non glielo perdoneremo mai.

Bruno Giordano è un piccoletto, porta i capelli a caschetto, con la riga in mezzo. È proprio lui a portarci in vantaggio, è il 6': i difensori viola ci hanno snobbato, sottovalutando sia la nostra disperazione che l’entusiasmo di un semi-esordiente come Brunetto. La partita è bellissima, un continuo botta e risposta. Poi al 19' arriva il pareggio dei gigliati: fa tutto Caso che entra in area, evita Wilson e segna battendo Pulici.

Segue una fase di stasi: Maestrelli vorrebbe addormentare la gara, in parte ci riesce. Purtroppo, verso la fine del primo tempo, un innocuo cross di Antognoni viene intercettato da Martini in modo autolesionistico. Gigi voleva anticipare un avversario, che gli stava comunque parecchio distante, e colpisce maldestramente di testa, indirizzando nella nostra porta. Il classico esempio di autogol. Un episodio che getta nella disperazione Pulici, i suoi compagni, e tutti noi che seguiamo dalle radioline con le guance tutte sudate.

La ripresa inizia con la sostituzione di Felice con AvelinoMoriggi. Proviamo a velocizzare il gioco, attaccando a testa bassa. E al 50' arriva il pareggio: Re Cecconi scende sulla destra e scambia con Giordano, il quale - nonostante sia pressato - riesce a restituirgli palla dopo una carambola fortunosa; Cecco si trova solo davanti a Superchi che esce alla disperata: il portiere viola colpisce il pallone ma incoccia anche sul ginocchio di Luciano, che rimane a terra. Il pallone schizza su Garlaschelli che al volo segna a porta vuota.

È stata un’azione convulsa, ricca di tensione e con due uomini a terra: Superchi deve essere sostituito mentre Re Cecconi rimane in campo: il dottor Ziaco non è riuscito a “ripararlo” ma con l’uso della psicologia ha fatto sì che Luciano rimanesse in campo.

Ed eccola dunque la Lazio di Tommaso Maestrelli: orfana di Chinaglia, malconcia e azzoppata ma sempre romantica e generosa.

La Fiorentina è guidata da Carlo Mazzone, che non è uomo da facili sentimentalismi. Al 57' i padroni di casa passano ancora in vantaggio, grazie ad un rigore realizzato da Desolati. Accusiamo il colpo, il sole sta tramontando, sul Comunale di Firenze, nonostante tutto, risplende una luce meravigliosa. Cinque minuti più tardi, un cross di Roggi proveniente dalla destra è clamorosamente lisciato, questa volta da Ammoniaci. Il pallone vagante arriva a Desolati che tira al volo e trafigge l'incolpevole Moriggi. Forse era fuorigioco e nel dubbio, il signor Casarin annulla la rete. Proviamo a ripartire, ma al 62’, la Fiorentina realizza il gol del 4 a 2 grazie ad un eurogol da fuori area di Mimmo Caso. Un gol splendido, all’incrocio dei pali. I nostri non mollano e si lanciano in un disperato arrembaggio. La Fiorentina si divora una facile occasione e noi ne approfittiamo, portandoci sul 3 a 4 con D'Amico, che ha freddamente trasformato un rigore. Mancano sette minuti: a casa abbracciamo la radio come se volessimo rivolgerle un’invocazione, che arrivi quel mezzo miracolo chiamato pareggio. Stiamo andando in serie B.

Le nostre preghiere saranno vane, la gara finirà 4-3. A casa, ci sentiamo sull’orlo del baratro: perché domenica prossima arriverà il Milan, poi dovremo andare a Como, quando potrebbe essere già troppo tardi. Non dovevamo perdere oggi, infatti il Como ci ha raggiunto e ora siamo penultimi, a 20 punti, uno in meno dell'Ascoli e due da Verona e Samp.

Rileggendo oggi questa partita, possiamo farlo inforcando gli occhiali della felicità. Perché non solo ci salvammo, ma scoprimmo Bruno Giordano, che si trasformò di colpo nel nuovo idolo. Abbracciammo Tommaso Maestrelli, in un saluto che risultò ancora più bello di quel Lazio-Foggia che ormai appariva lontanissimo.

Ci preme, dopo aver riesaminato la cronaca della partita, sottolineare come questo Fiorentina-Lazio sia stata una delle più belle partite di tutto il campionato. Era un calcio semplicemente meraviglioso, nonostante l’autarchia, fatto di pennellate lunghe e colori sgargianti, e ampie ombreggiature bianche e nere, come le foto che, dalla lontananza, ci riportano a quell’irripetibile decennio della nostra infanzia. Le radiocronache erano attimi di felicità fuggente, da cui sprizzava un’epica ormai dimenticata, soppiantata oggi da voci talvolta urlate, che ci rimbombano indistintamente nelle orecchie, perché sono una uguale all’altra.

Era il calcio degli Anni Settanta, del gioco testa alta petto in fuori di personaggi come Giancarlo Antognoni, dell’eroismo gladiatorio di Luciano Re Cecconi, qui ritratto durante un allenamento a Tor di Quinto in una delle sue ultimissime fotografie.

La Lazio attuale ha poche certezze. Una di queste si chiama Edoardo Motta. È nato a Biella, il 13 gennaio 2005. È talmente bravo che un domani potrebbe conquistare la Nazionale. Ma prima però, deve far vincere noi. Forza Lazio!

Ugo Pericoli