Cari fratelli Laziali,
dall’alto della prima posizione in classifica scorgiamo un vecchio Juventus-Lazio che ci fa piacere ricordare insieme a voi. Era il 28 ottobre 1973, eravamo alla terza di Campionato.
Incontravamo la Juve di Čestmír “Cesto” Vycpálek, uno zio materno di Zdeněk Zeman: Zoff, Spinosi, Longobucco, Furino, Morini, Salvadore, Causio, Cuccureddu, Altafini, Capello e Bettega. In panchina Piloni, Nando Viola e Musiello.
Tommaso Maestrelli stava gestendo un manipolo di uomini diversi ma complementari: Pulici, Facco, Martini, Wilson, Oddi, Nanni, Garlaschelli, Re Cecconi, Chinaglia, Frustalupi e Manservisi. In panchina può contare su Moriggi, Petrelli e Vincenzino D’Amico.
Siamo reduci da una settimana complicata: lo 0-4 in Coppa UEFA sul campo dell’IpswichT own non può esser metabolizzato in 96 ore.
Il sole autunnale che scalda i quarantottomila del Comunale è un inganno ottico. L’aria è pungente, gelida, di quelle che tagliano le guance e mettono a nudo i muscoli prima ancora che il signor Concetto Lo Bello da Siracusa fischi l'inizio delle ostilità. In tribuna, con il bavero alzato e lo sguardo enciclopedico di chi ha scritto la storia del nostro Calcio, siede Silvio Piola. Guarda giù, l’immortale Silvio, e vede specchiarsi nelle maglie biancocelesti e bianconere i frammenti di un calcio che forse già non c’è più.
Tommaso Maestrelli è consapevole di aver spaventato l'Italia intera nella stagione precedente. Dall'altra parte, il barone Vycpalek risponde pescando dal mazzo la carta José Altafini, complice l'improvviso forfait di Anastasi. È la terza giornata di un campionato che per noi promette scintille, e la tela che si va dipingendo sul manto del Comunale sarà un romanzo di cappa e spada, con le fiammate improvvise del Calcio che fu.
Il primo tempo è un nostro monologo, una sinfonia orchestrata dalla regia di Frustalupi e dalle geometrie di Re Cecconi. Là davanti, Giorgione è una forza della natura della quale Morini e Salvadore faticano a contenere le spallate. Long John fa fuoco e fiamme, si carica la squadra sulle spalle e bombarda la porta di Zoff da ogni posizione. Tira al terzo minuto, ci riprova al quinto, sibila alto al ventiquattresimo. Zoff deve superarsi in almeno tre circostanze per mantenere l'equilibrio. La Juventus trema, balbetta, appare timida e sconclusionata di fronte all'uragano biancoceleste, che quel giorno indossava il suo vestito più bello, come documentato dalla foto d’epoca che accompagna l’articolo. Solo Cuccureddu scuote i bianconeri al trentatreesimo con un palo clamoroso, ma è un lampo isolato nel deserto. In campo ci siamo solo noi.
Ed infatti, proprio al tramonto del primo tempo, si compie il capolavoro: Giorgio riceve palla sulla sinistra, attira su di sé la difesa, rallenta, poi con un colpo di tacco improvviso e geniale suggerisce l'inserimento di Nanni. Morini resta imbambolato, Salvadore è in ritardo. Sul cross di Bombardino, Long John si avventa come un falco e indovina un diagonale rasoterra che trafigge Zoff.
Secondo noi, si trattò di uno dei più bei gol di Giorgio.
Il Comunale, che fino a quel momento lo ha beccato senza sosta, ammutolisce.
Nell'intervallo, negli spogliatoi giunge anche l'eco del clamoroso svantaggio casalingo della Fiorentina: per quindici minuti, siamo i padroni assoluti del campionato.
Ma il calcio sa essere molto antipatico. Al rientro in campo, la Juventus si riversa in avanti non tanto per la qualità del gioco, ma per un disperato spirito di reazione. Bastano sei minuti della ripresa per rovinare il piano di Tommaso. Su una punizione-cross dalla destra di Causio, l'intera retroguardia laziale si fa cogliere da un sonno improvviso. In tre circondano Altafini, Pulici accenna l'uscita ma resta a metà strada, e l’anziano brasiliano, con l'astuzia tipica dei grandi, svetta da fermo e schiaccia in rete il gol del pareggio.
È il colpo che spezza l'incantesimo. Accusiamo il colpo, le marcature si sfilacciano e cominciamo a soffrire le folate di un Causio incontenibile sulla fascia, complice la giornata no di Gigi Martini. Al sessantaduesimo minuto va in scena l'episodio che accende le polemiche e decide la contesa. A metà campo, Capello commette un vistoso ed evidente fallo di mano, intercettando un pallone di Spinosi. Lo Bello, forse coperto, non interviene. Capello non perde un attimo, lancia Altafini sulla destra, il quale pennella un cross perfetto per la testa di Bettega. Facco prova a opporsi, ma Penna Bianca stacca imperioso mentre Felice rimane ancora una volta inchiodato sulla linea di porta. È il due a uno che ci riporta sulla terra.
Maestrelli tenta la mossa a sorpresa: fuori l’evanescente Manservisi, dentro Vincenzino. Tom vorrebbe dare imprevedibilità alla manovra. E infatti ci rovesciamo in massa nella metà campo juventina, scoprendo inevitabilmente il fianco ai contropiedi avversari. Chinaglia lotta, sfiora anche il pareggio, ma la lucidità è ormai svanita, il nostro forcing si rivela affannoso e disordinato.
A cinque minuti dal termine, il sipario cala definitivamente. È ancora nonno Altafini a inventare l'azione, servendo Cuccureddu al limite dell'area. Il sardo fa partire una rasoiata di destro che si insacca dove Pulici non può arrivare. Tre a uno.
Fu un passivo pesante. Per metà bugiardo, perché premiò eccessivamente una Juve tutt'altro che trascendentale, ma per l'altra metà veritiero.
Al triplice fischio di Lo Bello, la Juventus festeggiò l’aggancio in classifica, lasciando a noi quel po’ di amaro in bocca che deriva dalla consapevolezza di non aver giocato bene le proprie carte. Dopo mezzo secolo, possiamo dire che si trattò della classica sconfitta salutare. Per questo che ci piace ricordarla.
Quel Juve-Lazio fu una partita dominata a lunghi tratti: quel giorno la Banda Maestrelli imparò che per vincere lo Scudetto non le sarebbe bastato curare soltanto l’estetica ma migliorare un’arte più rozza che per praticità definiamo concretezza.
Sarà un weekend di attesa, perché giocheremo domenica sera, nell’orario meno favorevole per gli innamorati della Lazio che saranno comunque presenti all’Allianz Stadium. Forza Lazio!
Ugo Pericoli
