Angelo Tonello: “Vi racconto il ritiro di Pievepelago: che nostalgia del Sor Umberto…”

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Angelo, ci racconti il ritiro di Pievepelago della Lazio più amata dai Laziali? E Angelo Tonello, che è più Laziale di tutti noi, si prende un paio di minuti, riavvolge una decina di istantanee, vecchie di quasi cinquant’anni, e parte con una sequenza di aneddoti unici e mai svelati.

Oggetto il ritiro che la Lazio era solita svolgere a Pievepelago, ameno Comune in provincia di Modena, uno dei feudi della famiglia Lenzini. E del Sor Umberto, in particolare.

Hotel Bucaneve, la storia comincia da qui. Angelo, è vero che Umberto Lenzini trascorreva tutto il ritiro della prima squadra a Pievepelago? ‘Eccome – attacca Tonello – restava lì quindici-venti giorni. Una utopia per i presidenti attuali delle squadre di calcio. Ve lo immaginate, all’epoca, Cragnotti che trascorreva due settimane in Giappone o in Austria, dove la sua Lazio viveva il ritiro estivo?
Il Sor Umberto era attaccatissimo alla terra dei suoi avi, la provincia di Modena e Pievepelago, in particolare. Pur essendo nato in Colorado, Umberto, al pari dei quattro fratelli, era un amante dei silenzi della montagna di Pievepelago”.

E cosa faceva venti giorni a Pievepelago, il Presidente? “Umberto Lenzini era molto irrequieto” – racconta Angelo Tonello, che, al fianco del ‘sor’ Umberto, prima da collaboratore fidato delle sue aziende edilizie, complice il diploma di geometra, poi come dirigente della Lazio Calcio trascorse oltre vent’anni della sua vita – “capace, nella stessa giornata, di pianificare un sacco di attività. Innanzitutto gli piaceva tantissimo oziare nel paese: salutando il barista, il pasticcere, il fioraio. Gente della sua età, con i quali dialogava di America e Di Pievepelago. Poi adorava andare a pranzo fuori. E così capitava che andassimo a Zocca, nelle vicinanze, o, addirittura, a Pistoia, magari salutando Sergio Borgo – negli anni successivi al suo addio alla Lazio – che aveva investito nella sua città in due macellerie. Ricordo che un’altra meta era, a valle, passare qualche ora con Idilio Cei, indimenticato portiere delle Lazio degli anni Sessanta”.

Immaginate l’estate dell’Abetone di quelle stagioni (Lenzini cominciò a portare la Lazio a Pievepelago non appena acquistato il pacchetto azionario della società), una piccola carovana di macchine alla ricerca della trattoria perfetta. “C’era il sor Umberto, poi mia moglie ed io, i coniugi Parruccini, i Palombini, Mario Catapano. Il pranzo ideale era a base di tortellini, ovviamente. O con abbondanti piatti di carne. Piacevano parecchio pure i salumi ma difficilmente, in Emilia, lo sapete, ci si alza dal tavolo delusi”.

E l’hotel Bucaneve com’era? “Un albergo funzionale. Compare spesso, alto e maestoso, dietro le tradizionali foto di gruppo di quelle Lazio. Era posizionato su una leggera altura, quasi a dominare la valle sottostante. Fu Lenzini, in un impeto di grande generosità, ad accollarsi le spese per rifare il manto erboso del campo dove la Lazio che vinse lo scudetto preparava il suo attacco al titolo. Vennero ristrutturati – sempre grazie a Lenzini – anche gli spogliatoi. Lui lo considerava un regalo per il paese che aveva dato i natali ai suoi avi. All’interno del Bucaneve c’era una piscina, una sala biliardo e un’ampia sala dove la sera giocatori, dirigenti e giornalisti al seguito facevano le ore piccole giocando a carte. Era un altro mondo, davvero: non venivano alzati fortini, i tifosi entravano nell’albergo, facendo foto e chiedendo autografi ai giocatori. Spesso era proprio Lenzini ad invitarli all’interno…”.

E la convocazione per il ritiro come avveniva? I giocatori avrebbero dovuto trovarsi alle 19 in loco, ovvero all’hotel Bucaneve, oppure alle 14 a Tor di Quinto per raggiungere Pievepelago col pullman sociale.

Angelo, come si arrivava a Pievepelago? “Con l’autostrada del Sole, fino a Firenze. Poi si percorreva la strada fino a Pistoia e da lì si saliva ancora. Quattro ore buone di macchina”.
Ma è vero che i giocatori salivano in ritiro non avendo ancora firmato il contratto per la stagione che, di lì a poco, sarebbe iniziata? “All’epoca non esistevano i contratti pluriennali. Tantomeno i procuratori. Gli accordi tra clubs e giocatori erano annuali. Materialmente i contratti venivano stipulati e sottoscritti al ritorno dal ritiro di Pievepelago ma la bozza degli accordi era già stata stilata. Certo, ricordo che Sbardella, allora direttore sportivo, andava e veniva da Roma, dormendo a Pievepelago al massimo due notti”.

Quanto restò la Lazio a Pievepelago? “Iniziammo ad andarci nel ’65, non appena Lenzini divenne Presidente. Poi dal ’72 al ’75. Figurarsi, il Sor Umberto era scaramantico: vinto lo scudetto non voleva più staccarsi da quel posto. Poi ci tornammo con Vinicio. Castagner, invece – eravamo già negli anni Ottanta – aveva eletto San Terenziano come suo eremo: il record di imbattibilità del suo Perugia nacque lì. E Ilario, infatti, volle portare in Umbria pure la Lazio”.

Angelo, concludendo: a cosa abbini, tornando indietro con la mente, il ritiro di Pievepelago? “Ad Umberto Lenzini: più dei giocatori, più di Tommaso era il grande protagonista di quelle giornate. Lui viveva affettivamente tutte le sue attività e gli piaceva condividerle. Vi faccio un esempio: finiva un palazzo e invitava a pranzo, sulla terrazza appena ultimata, tutte le maestranze con le loro famiglie. Estendendo gli inviti pure a qualche giocatore della Lazio. Insomma, in quei pranzi c’era tutta la sua vita: di imprenditore e di Presidente di calcio”.

Quanta nostalgia hai del ‘Sor’ Umberto? “Tantissima, anche se uno come lui, nel mondo di oggi, non si sarebbe trovato a suo agio. Con Lenzini ho vissuto tantissime ore della mia vita, mai banali, peraltro. Pure quando – complice l’asma da curare – dovetti accompagnarlo a Punta Rossa, al Circeo, un paio di settimane…”

G.Bic.

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