LONG JOHN, UN SORRISO ETERNO

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Cinque anni sono passati, Gio’, ci pensi? Primo aprile 2012, altro che pesce d’aprile. Quella telefonata a metà pomeriggio, un tuffo al cuore, Naples che piangeva assieme al milione di Laziali. Sapevamo che il diabete ero tuo compagno ingombrante. Che il cuore aveva cominciato a battere qualche colpo a vuoto. Che qualche bicchiere di troppo ti aveva tolto sovente momenti di lucidità. Ma nessuno immaginava una fine così repentina. Quelle duemila persone che, esattamente quattro anni fa, si radunarono nella Chiesa del Cristo Re, a viale Mazzini, per un funerale senza bara, avevano la faccia di chi non credeva a quello che era accaduto.

Perché per molti di noi, Gio’, eri quello che avrebbe vinto sempre. Sempre e comunque. Segnando su rigore, punizione, al volo, di destro o di sinistro. Eri quello che faceva dannare il San Paolo, San Siro, lo stadio Franchi, la Curva Sud. Il Totem atteso da anni. Perché hai incarnato la riscossa del Laziale, la voglia di emergere, di ribellarsi alle avversità.

Cosa sarebbe stata la Lazio, alla fine degli anni Sessanta, senza di te, “Giorgio Chinaglia, il grido di battaglia”? Eravamo retrocessi, avevamo un bilancio ripulito ma la serie B sembrava un fardello troppo grande. Per questo pensavamo ingenuamente che fossi un eroe che non sarebbe stato mai attaccato dai rovesci delle malattie. Addirittura sconfiggendoti per sempre.

Ci manchi da morire, Gio’, anche se quel coro “Evviva Long John” ci accompagnerà per sempre.

G.B.

(si ringrazia per la foto il Centro Studi Nove Gennaio Millenovecento)

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