Ciotti, che bel Laziale: la sua vita fu una canzone biancoceleste

4 0

Il 18 luglio ricorre il quattordicesimo anniversario della scomparsa di Sandro Ciotti. Che, abitando proprio davanti a Piazza della Libertà, non poteva che essere Laziale. Un Laziale, peraltro, discreto, sobrio. Ma vero. Riportiamo allora uno stralcio di un articolo da lui redatto per Il Messaggero. In cui rievoca la sua esperienza nelle giovanili biancocelesti e quel seme della Lazialità che, gradualmente, fece breccia in lui.

“Per me la Lazio è soprattutto un callo. Quello che inalbera il dito piccolo del mio piede sinistro da una lontana domenica del 1943. All’epoca era abitudine quasi sacrale di ogni club far “sfornare” le scarpe nuove da gioco destinate ai titolari dai componenti della squadra ragazzi, in modo da far ammorbidire il cuoio e farle modellare al piede, A me toccarono quelle di un famoso bomber dell’epoca, Buby Koenig, idolo delle ragazzine dei Parioli. Erano scarpe di cuoio grasso di un improbabile color sabbia anziché nere come la tradizione comandava. E dopo venti minuti di gioco la frittata, anzi il callo, era fatto. Piccolo e tanto maligno da indurre alla resa anche i podologhi più prestigiosi. Ma è un callo a cui voglio bene. Mi ricorda un ambiente, quello della Lazio di allora, che ha rappresentato per me l’unico riscatto dalla drammatica dimensione della guerra, una sorta di oasi dove dimenticare per tre volte alla settimana l’incubo della fame, delle bombe, del coprifuoco, dell’oscuramento totale e non solo fisico di quei momenti. Specie il giovedì, quando per la partitella noi ragazzi ci mischiavamo con i titolari ai quali davamo rigorosamente del Lei. Per noi era un sogno poter toccare, magari anche con un tackle duro, Silvio Piola, l’idolo meno idolo che abbia mai conosciuto. Oppure Flaco Flamini, voce cavernosa e piede di velluto che inventava palle gol a getto continuo. Ma il titolare con cui avevo maggiore confidenza era Uber Gradella, per il fatto che ci incontravamo spesso al conservatorio di Santa Cecilia, dove lui andava a lezione di canto e io di violino”.

Calcio, Lazio e musica, insieme alle donne: sono stati questi i grandi amori di Sandro Ciotti (ritratto in una bella foto del Centro Studi Nove Gennaio Millenovecento assieme a Chinaglia, di cui fu grande amico, Facco e Wilson) forse più bravo e più completo di Enrico Ameri, l’altra grande voce de “Tutto il calcio minuto per minuto”.

Mi fanno ridere – amava ripetere in un inno al calcio come sinonimo di rispetto – quelli che parlano di odio antico tra Lazio e Roma. Quando giocavo nelle giovanili della Lazio, noi stavamo alla Rondinella, a due passi dal cinodromo e spesso e volentieri correvamo gareggiando in velocità con i cani. La Roma si allenava si allenava all’Apollodoro, cioè a dieci metri dalla Rondinella e i ragazzi erano allenati da Guido Masetti. Erano anni di fame e di stenti. Un giorno Masetti arrivò con un sacco pieno di pagnotte di pane militare catturato chissà dove e chissà come. Le distribuì ai suoi lupetti e volle, anzi pretese, che i ragazzi le dividessero con noi. Che odio è questo?”

Eccola, l’eredità di Sandro, il prototipo più affascinante del Laziale. Che oggi, doverosamente, abbiamo ricordato.

G.Bi.

Nessun commento on "Ciotti, che bel Laziale: la sua vita fu una canzone biancoceleste"

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *